Mario Draghi e le sue “considerazioni” annuali Il Governatore Mario Draghi aveva esordito lo scorso anno, dopo la sua recente nomina, con una relazione annuale di 16 pagine nella quale fra l’altro aveva individuato come essenziale obiettivo dell’Istituto da lui diretto quello di “tornare a proporre la Banca d’Italia quale consigliere autonomo, fidato del Parlamento, del Governo, dell’opinione pubblica”. Quest’anno il Governatore non ha smentito quell’impegno: la sua relazione di sole 13 pagine scritte delinea un quadro puntuale ed esaustivo del nostro paese, ponendo in rilievo, con una forma chiara, sintetica, essenziale, le problematiche ancora aperte per il futuro dell’Italia. Pur essendo uscita dal ristagno l’economia italiana cresce a tassi inferiori rispetto a gran parte degli altri paesi europei, mentre la produttività del lavoro, “nella prima metà di questo decennio è diminuita in tutti i settori, segnatamente nell’industria”. In particolare nel 2006 la produttività del lavoro è cresciuta di poco più di un punto, in Germania Francia e Spagna è salita fra il 3 e il 6 per cento. Tali divari “indicano un ritardo nell’adeguamento del sistema produttivo italiano ai mutamenti del contesto tecnologico e produttivo”. Il Governatore però, dando conto di un’indagine condotta recentemente dai ricercatori di Banca d’Italia su un campione di 4.000 imprese, sottolinea anche che i processi di ristrutturazione del sistema produttivo hanno dato alcuni importanti risultati: oltre metà delle imprese del campione hanno mutato strategia nell’ultimo quinquennio, il 12% ha spostato la gamma dei prodotti verso nuovi settori ed ha conseguito nel 2006 profitti più alti della media. Ma “la trasformazione produttiva è ostacolata da un contesto istituzionale che rimane carente”. In particolare Draghi indica nell’istruzione il settore principale nel quale è necessario un forte cambiamento. Particolarmente grave è, in tale settore, la situazione nel Sud del paese: “un quindicenne su cinque versa in una condizione di povertà di conoscenze, anticamera della povertà economica”. Ma in generale l’Italia soffre, in un’economia nella quale la conoscenza ha valore primario, di un sistema scolastico antiquato e permeato da logiche corporative e scarsamente meritocratiche: nel nostro paese, sottolinea il Governatore, “il reclutamento dei docenti, la loro distribuzione geografica e fra le diverse scuole, i percorsi di carriera sono governati da meccanismi che mescolano, a stadi diversi, precarietà e inamovibilità…..per cambiare la scuola italiana si deve muovere dalla constatazione dei circoli viziosi che la penalizzano, disincentivano gli insegnanti, tradiscono la responsabilità della scuola pubblica. I problemi nascono qui, non da una carenza di risorse per studente destinate all’istruzione scolastica, che sono invece più elevate in Italia che nella media dei paesi europei”. In poche parole abbiamo un sistema scolastico che costa molto, ma non svolge il ruolo per il quale è nato, chiaramente sancito nella nostra Costituzione nella quale si dice che “la scuola è aperta a tutti” e “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Come ha sottolineato lucidamente Francesco Giavazzi sul Corriere della sera nelle economie avanzate “la produttività dipende dall’innovazione e quindi dalla qualità del capitale umano: se non si migliora la scuola non c’è speranza”. Molte altri temi tocca Draghi nella sua relazione, dalle inefficienze della Pubblica Amministrazione, alle problematiche riguardanti la giustizia, alla necessità di diminuire il debito pubblico, all’urgenza di alzare l’età pensionabile, all’ “industria della finanza e dei capitali”, alla situazione del sistema bancario. Mi sono soffermato in particolare sul tema dell’istruzione perché lo stesso interpella direttamente anche la nostra comunità locale, nel momento in cui stiamo progettando, all’interno delle aree Ex Breda un “polo della conoscenza” che non potrà limitarsi solo ai pur necessari interventi edilizi, ma dovrà individuare chiaramente i settori della conoscenza da promuovere ai livelli più alti, non limitando perciò, il Polo Universitario pistoiese ad un distaccamento dell’Università di Firenze.
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