I furbetti del quartierino e gli intrecci fra finanza e politica. Scriveva poco tempo fa sul Corriere della Sera il Prof. Mario Monti, (vedi l’articolo riportato nella sezione interventi di questo sito dal titolo: “La politica fra Stato e mercato Controriforma di struttura”) che “in Italia e all'estero è sempre più diffusa la percezione che il governo stia provocando, o consentendo, un'involuzione nel rapporto tra Stato e mercato, tra pubblici poteri e impresa. Un rapporto che solo con ritardo, con difficoltà e spesso sotto la pressione dell'Unione Europea si stava avvicinando a quello che caratterizza le moderne economie sociali di mercato: netta distinzione dei ruoli; non interferenza del governo, e a maggior ragione dei partiti, con il funzionamento del mercato; autorità di regolazione indipendenti ed efficaci”. Bruno Tabacci, Presidente della commissione attività produttive della Camera nella passata legislatura, uno dei pochi politici italiani che da anni ha segnalato degenerazioni nel rapporto fra affari e politica, richiedendo perciò una legislazione più incisiva a tutela dei risparmiatori così dichiarava: “la politica ha perso peso, la finanza ha preso il comando. Risultato: i furbetti del quartierino fanno quello che vogliono….” Di fronte a Massimo D’Alema che in un’intervista aveva sottolineato che “questa storia delle banche non interessa alla gente, agli elettori…..”, Tabacci si indignava: “stiamo vivendo una stagione vergognosa in cui la politica non esiste più e i furbetti da anni fanno ciò che vogliono. Dall’opa Telecom ad oggi, i nomi che girano sono sempre quelli”. Forse agli elettori poteva anche non interessare la scalata di Unipol a BNL, ma sicuramente interessava all’attuale Ministro degli esteri Massimo D’Alema, ed a Piero Fassino. E quindi la politica non era così estranea a quelle vicende. In particolare Piero Fassino in una famosa intervista del 7 luglio 2005 al Sole 24 Ore, parlando dei nuovi immobiliaristi, che stavano cercando di “scalare” i salotti buoni del nostrano capitalismo, sosteneva “non c’è un’attività imprenditoriale che sia pregiudizialmente migliore o peggiore di un’altra: né sul piano morale, né su quello economico. Oggi dobbiamo superare le vecchie categorie dell’industrialismo. E’ tanto nobile costruire automobili o essere concessionario di telefonia, quanto operare nel settore finanziario o immobiliare”. Ogni volta che mi accade di sentire parlare di questioni economico – finanziarie, scomodando poi l’etica, mi pongo in posizione di forte sospetto: il tema infatti del rapporto fra etica ed economia, nei sistemi capitalistici di produzione, non può essere liquidato con una frase ad effetto. Stupisce inoltre che il Segretario dei D.S., nella foga di dimostrarsi “moderno” (“dobbiamo superare le vecchie categorie dell’industrialismo”) equipari l’attività degli immobiliaristi d’assalto romani a quella di produzione di autovetture (immagino volesse riferirsi alla Fiat). E il 5 agosto 2005 Massimo D’Alema, dall’alto della sua notoria profonda conoscenza dei sistemi capitalistici, conseguente alle sue origini politico culturali, sottolineava “Da una parte il capitalismo buono, produttivo; dall’altra quello degli speculatori legati al mondo politico. E’ una rappresentazione deviante, falsa….. Che cos’ha che non va Gnutti? E’ socio anche di Olimpia (la finanziaria che controlla Telecom Italia) e nessuno ha mai detto niente. In queste critiche c’è un evidente elemento di ipocrisia. La sostanza delle operazione Unipol Bnl è chiara”. La sostanza di quella operazione in effetti è stata successivamente chiarita dalla Magistratura. Il referente e garante principale delle due parallele operazioni di scalata quella di Unipol a BNL e quella della Popolare di Lodi a Antonveneta, tese a tutelare “l’italianità” dei due istituti di credito era il cattolicissimo (così almeno fu presentato dalla stampa e non a caso difeso da larga parte del mondo cattolico e non solo) Antonio Fazio. Fortunatamente Antonio Fazio è stato sostituito poi nella carica di Governatore della Banca d’Italia da quella persona competente e trasparente che è Mario Draghi. Non so quale fede professi Mario Draghi e sinceramente non mi interessa. Anzi direi che essere troppo cattolici nel mondo della finanza, visto la storia del nostro Paese, non mi sembra un gran merito. I principali protagonisti delle due parallele scalate a BNL e Antonveneta (Fiorani, Ricucci, Coppola) sono stati, nel frattempo, assicurati alle patrie galere. Si è, d’altra parte, scoperto che l’Ingegnere Giovanni Consorte, vero architetto dell’operazione di scalata a BNL da parte di Unipol, in conseguenza del passaggio del pacchetto di comando di Telecom da Bell (Colaninno- Gnutti) a Pirelli (Tronchetti Provera) si è fatto un personale “tesoretto” di 50 milioni di euro; naturalmente, come è costume nel nostro paese, evitando di pagare le relative imposte su quelli che lo stesso ha definito essere corrispettivi di “consulenze” prestate. L’Ingegnere si è poi dimesso dalle sue numerose cariche nel gruppo Unipol a seguito delle accuse formulate dalla magistratura di aggiotaggio, associazione a delinquere e appropriazione indebita, relativamente alla scalata alla Antonveneta. Assieme al suo fidato collaboratore Ivano Sacchetti ed al finanziere Emilio Gnutti in data 25 ottobre 2006, l’Ingegnere è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Milano con l’accusa di “insider trading”: reato per il quale, nei paesi di capitalismo avanzato come gli USA, esistono ormai pene pesantissime. Può darsi che, come ha detto il Ministro dell’Interno Giuliano Amato, dopo la pubblicazione sulla stampa di stralci di alcune intercettazioni telefoniche fra Fassino, D’Alema e Consorte, tale diffusione sia “una follia tutta italiana”. In effetti le intercettazioni non aggiungono niente a quello che già si conosceva solo, direi, divertenti note di colore. Per esempio: D’Alema a Consorte: “Facci sognare ,dai” oppure Fassino a Consorte: “Allora, siamo padroni della banca?”. Ma siamo nel paese di Pulcinella e quindi il Ministro dell’Interno non dovrebbe stupirsi. In paesi più civili ed avanzati, per molto meno, importanti uomini politici hanno deciso di chiudere la loro carriera, dedicandosi ad attività o sport nei quali forse sono più preparati e meno sprovveduti. Dispiace invece che il nostro paese continui ad essere “anomalo” per cui l’On. Bruno Tabacci dichiari di voler abbandonare la politica perché orami in Italia “lo spazio per una politica fatta di ideali non c’è” e quindi mentre sta perdendo il paese “ha vinto la furbizia elevata a morale. Hanno vinto i furbetti. Mi sembra di star qui a pestare l’acqua nel mortaio”. E quindi, al contrario, non c’è da meravigliarsi della solidarietà immediatamente espressa da Silvio Berlusconi a Massimo D’Alema che ha un po’ il valore della pacca sulle spalle fra due uomini che, alla fine, hanno ben capito “come va il mondo” o meglio come va questo nostro paese, chiaramente in declino.
|