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La politica sindacale della CGIL

La CGIL, da Sindacato dei contadini e degli operai a organizzazione che tutela prevalentemente i diritti dei lavoratori del pubblico impiego, dei pensionati e di coloro che sono in procinto di andare in pensione.

Nel 1982 mi sono laureato in economia e commercio all’Università di Firenze, con una tesi in Storia del Pensiero Economico, corso allora tenuto dal Prof.Piero Barucci. Ricordo che nelle letture propedeutiche alla stesura della tesi che Barucci mi invitò a fare, ebbi modo di conoscere la figura di Giuseppe Di Vittorio, primo storico Segretario Generale della CGIL, non appena tale organizzazione fu ricostituita nel 1945. Di Vittorio era contadino e figlio di braccianti, ma seppe rappresentare , con grande lungimiranza ed equilibrio, anche le istanze ed i bisogni della nascente classe operaia presente nelle aree del paese nei quali i processi industriali si riattivarono nel dopoguerra. Importante fu il suo ruolo svolto all’indomani dell’attentato a Togliatti nel 1948 per non far sfociare il paese in una vera e propria guerra civile. Dopo di lui si sono susseguiti alla guida della più importante Organizzazione sindacale del nostro paese solo sei Segretari Generali in 50 anni, segno della continuità dell’organizzazione e del suo forte radicamento nel territorio. Ognuno di loro meriterebbe una citazione. Ma mi limito qui a ricordare due figure a noi più vicine nel tempo: Luciano Lama e il suo coraggio, quando nel 1977 affrontò all’Università di Roma un’infuocata assemblea di studenti all’interno della quale fu oggetto di minacce, anche fisiche, da parte di un gruppo di extraparlamentari del tempo; la sua posizione ferma e risoluta ed il conseguente ruolo della CGIL nel periodo degli “anni di piombo” ed infine il suo lucido ed innovativo intervento nel corso del Congresso dell’Eur del 1978 nel quale indicò la linea del superamento della posizione, allora sostenuta nel mondo sindacale, del salario come “variabile indipendente”. Sergio Cofferati e la sua politica volta a far uscire il paese da una grave crisi economica, attraverso il patto sulla concertazione del 1993, nonché il suo coraggio nel 1995 nel favorire l’ accordo sulle pensioni, poi sfociato nella “Riforma Dini”, il primo serio intervento sul sistema previdenziale italiano. E’ perciò con un qualche imbarazzo che ho seguito negli ultimi mesi l’estenuante trattativa fra Governo e parti sociali sul cosiddetto “scalone” previdenziale che, lo ricordo ancora una volta, prevedeva che dal 2008 si potesse andare in pensione con 35 anni di contributi e 60 anni di età, spostando cioè, rispetto alla situazione attualmente a regime, l’età da 57 a 60 anni. L’imbarazzo naturalmente diviene incredulità quando si è appreso dalla stampa che tale “iniquità” , riguarderebbe, al momento dell’entrata a regime della Riforma Maroni, una platea di circa 120.000 persone. La soluzione sembra essere stata trovata nella nottata di venerdì, sostituendo lo “scalone” con gli “scalini”, senza alcun ulteriore aggravio per il già pesantissimo bilancio dello Stato. Ma Guglielmo Epifani, Segretario generale della CGIL, sembra aver fatto aspettare per circa un’ora tutti i presenti alla riunione (il Presidente del Consiglio Romano Prodi, il Ministro dell’Economia Padoa Schioppa, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Letta) stando costantemente attaccato al suo telefonino e consultandosi non si sa con chi (vista l’ora), fino al punto che Romano Prodi ha dovuto minacciare le dimissioni per avere una risposta affermativa o negativa. E così Epifani ha firmato l’accordo con la dizione, in perfetto “sindacalese”, “per presa d’atto”. Ed allora viene spontanea una riflessione purtroppo amara: povera e gloriosa CGIL come sei caduta in basso!



Associazione Enrico Bianchi

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