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La vicenda Telecom e i limiti del capitalismo italiano

Le recenti vicende su Telecom ed i limiti del capitalismo italiano e delle politiche industriali nel nostro paese.

La nostra economia soffre da anni di una grave perdita di competitività, con un conseguente calo delle esportazioni, con la crisi di alcune grandi imprese e la tutela di altre entro i porti protetti dei mercati oligopolistici con prezzi amministrati. Il nanismo industriale sembra il nostro destino, conseguenza di una politica che non sa dare visioni sul futuro economico, una finanza che non sa selezionare iniziative imprenditoriali innovative, un’imprenditoria che non sa affrontare il rischio di sfide globali. Anche le recenti vicende su Telecom sembrano confermare l’analisi sopra indicata: insufficienza dei capitali di rischio, scarsa capacità imprenditoriale nel settore, propensione dell’azionista di riferimento diretta più a beneficiare di una rendita oggettiva, tipica di un settore scarsamente concorrenziale nella realtà nel nostro paese, che ad investire attraverso innovativi piani industriali volti a mantenere l’azienda all’avanguardia sul piano tecnologico ed al passo con le realtà industriali del settore a livello europeo e mondiale ed infine, una insufficiente visione “strategica” da parte del governo, altalenante fra la volontà di trovare direttamente soluzioni (vedi il caso Rovati), al “disinteresse” rispetto al futuro del settore della telefonia fissa del paese. Spesso in questi giorni la vicenda della Telecom viene rapportata alla recente crisi di Fiat: si reclama in tal caso un equivalente intervento del sistema bancario come è avvenuto nel caso del gruppo torinese, intervento che avrebbe consentito allo stesso la successiva “incredibile” ripresa di questi ultimi mesi con la nuova capacità dell’azienda di essere protagonista in un mercato fortemente concorrenziale, a livello mondiale, come quello dell’auto. Ma le due vicende sono del tutto diverse. Nel caso Fiat infatti la strategia adottata è stata chiara e saldamente in mano alla famiglia Agnelli, socio di riferimento che ha continuato a credere nel settore auto, coadiuvata da competenti e geniali consulenti (Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens). In particolare l’obiettivo iniziale è stato quello di abbattere sensibilmente l’indebitamento creando, al contrario liquidità sulla capogruppo (Ifil) attraverso una serie di dismissioni (Rinascente, Fondo Permal) e l’esercizio di alcune put (GM e Italenergia). In secondo luogo vi è stata la famosa operazione di rinegoziazione del debito con le banche (convertendo) da parte di Fiat che, pur richiedendo un sacrificio iniziale agli Istituti di credito, ad oggi, visto l’andamento del titolo passato da 6 euro della fine del 2005 agli attuali 19 euro è stato addirittura un vero “affare” per quegli Istituti di credito che hanno creduto nei piani industriali dell’azienda. In terzo luogo si è realizzata una chiara ed efficace azione di rilancio sul piano industriale del gruppo, portata avanti con grande capacità e determinazione da Sergio Marchionne, con il lancio di nuovi modelli sul mercato che hanno riportato il marchio alla ribalta dopo molti anni di difficoltà dello stesso. Nel caso Telecom al contrario ci troviamo di fronte al socio di riferimento (Marco Tronchetti Provera) che ha manifestato da tempo la volontà di dismettere il pacchetto azionario di controllo della società, posseduto all’80% da Pirelli. Purtroppo nel settore della telefonia fissa e mobile non sembrano esistere in Italia ormai imprenditori capaci di raccogliere la sfida di un rilancio positivo dell’azienda e quindi grandi società estere da Telefonica spagnola ad AT&T americana, sono pronte, con offerte estremamente interessanti per l’azionista di riferimento, a rilevare il pacchetto azionario di controllo. L’assenza di imprenditori capaci e di manager italiani adeguati per raccogliere la sfida va ricercata nella storia della “privatizzazione” della Telecom, che sarebbe qui troppo lungo riassumere, ma che indubbiamente ha posto in evidenza una assoluta insufficienza, dal punto di vista strategico, del nostro stato a gestire processi di liberalizzazione e privatizzazione di settori strategici come quello della telefonia (consiglio a tale proposito la lettura del libro di Giuseppe Oddo e Giovanni Pons “L’affare Telecom”) . E’ abbastanza incredibile infatti che le stesse persone che nel passato, in diversi momenti e seguendo nella loro rispettiva funzione di Presidenti del Consiglio percorsi palesemente sbagliati (Romano Prodi, Massimo D’Alema), hanno dato il nulla osta al processo di privatizzazione della Telecom, stiano oggi reclamando la necessità che la rete telefonica rimanga in mani pubbliche. E’ tornato in particolare di moda la teoria dell’italianità dell’azienda: la stessa cioè non dovrebbe cadere in mani straniere, in quanto si sostiene che la rete telefonica è un’infrastruttura indispensabile per un paese e dovrebbe quindi rimanere in mani italiane, possibilmente nella proprietà dello Stato. Sul tema Francesco Giavazzi (il Professore della Bocconi, per intendersi, che aveva puntualmente previsto che i conti della manovra finanziaria del governo erano sovrastimati, tantochè oggi ci ritroviamo con l’ormai famoso “tesoretto” da spendere) , ha lucidamente espresso la sua opinione che appare ampiamente condivisibile: “l’idea che l’economia necessiti di istituzioni in cui Stato e grandi banche collaborino sotto la regia del governo era innovativa negli anni trenta e nell’immediato dopoguerra, quando eravamo un paese povero e arretrato”. Ma, aggiunge Giavazzi “quando un paese raggiunge la frontiera della tecnologia, l’innovazione diventa il fattore critico per la crescita” e su tale frontiera “la stabilità degli assetti proprietari e le relazioni di lunga durata tra industriali e banchieri egemoni diventano un ostacolo”. Ed anche le reti non sfuggono a tale logica in quanto “non sono strutture amorfe da affidare ad amministratori scelti dalla politica” ma “sono aziende che richiedono capacità imprenditoriale”. Seguendo quindi il filo del ragionamento del Prof. Francesco Gavazzi si capiscono poco, dal punto di vista strettamente economico, le grida di allarme di questi giorni di fronte alle ipotesi di acquisto del pacchetto azionario di comando da parte , ad esempio, di AT&T, una delle società leader mondiali del settore. Le opposizioni all’eventuale cessione di Telecom ad un grande gruppo telefonico straniero, si comprendono, al contrario, dal punto di vista politico, cioè dei “benefici” che la classe politica italiana avrebbe da una proprietà che sfuggisse sostanzialmente alle logiche del mercato. Tale interpretazione è stata puntualmente confermata da Guido Rossi in un’intervista a La Repubblica: “ne ho viste tante ma questa è davvero la vicenda peggiore: al conflitto d’ interessi di Tronchetti si sono mescolate le grandi manovre del risiko bancario, le eterne tentazioni di commistione della politica. Non so se gli stranieri che si affacciano hanno capito con quale paese hanno a che fare….il risiko bancario è ancora e sempre impregnato di politica, è percorso da tensioni fra Prodi e i DS”. E sul tema della proprietà dell’azienda sempre Guido Rossi esprime, come d’altra parte ha sempre fatto da anni, un giudizio molto severo sulla nostra classe politica: “Chi predica la difesa dell’italianità, dov’era quando occorreva costruire le fondamenta di un mercato dei capitali moderno, cosa ha fatto per definire regole serie in difesa degli azionisti? Questo è un paese disperante per chi ha creduto nelle riforme. E’ un paese dove ormai o si muove la magistratura….oppure non succede più niente…..Se veramente si hanno a cuore gli interessi dell’Italia, vanno difesi in altri modi. Bisogna creare le condizioni ambientali, dalla formazione dei giovani nelle università alla ricerca scientifica, perché questo sia un paese dove è comunque vantaggioso mantenere attività ad alto valore aggiunto, centri d’innovazione.” Sulla base dell’analisi sopra esposta suscita molte perplessità l’intervista rilasciata dal Presidente del Consiglio Romano Prodi a “Il Sole 24 Ore” del 7 aprile. Ancora una volta si ripete l’ormai vecchio e desolante ritornello dell’insufficienza degli attori industriali italiani, tipico della classe politica del nostro paese dal dopoguerra fino ai nostri giorni. Si fanno arditi paralleli con altri paesi, Germania, Francia, Usa, che difenderebbero le sorti delle proprie aziende nazionali, si cita come esempio, nel campo della telefonia Deutsche Telekom, sulla quale Berlino tiene ben saldo il controllo: peccato però che la società telefonica tedesca sia un’azienda in perenne difficoltà, con bilanci costantemente in rosso, sicuramente una delle peggiori società del settore in Europa. Ed anche l’accenno ad Alitalia che potrebbe cadere in mani russe non appare dei più felici: la nostra “compagnia di bandiera” in qualsiasi altro paese avanzato del mondo sarebbe stata, da anni, o dichiarata fallita o sottoposta a profondi processi di ristrutturazione, come è accaduto, senza che i passeggeri se ne siano neppure accorti, a Swissair, Iberia, ed altri vettori internazionali, ben più importanti di Alitalia.



Associazione Enrico Bianchi

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