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Maurizio Niccolai: la morte di Giuseppe Di Stefano

Newsletter n.35 del 7 aprile 2008

 Pochi giorni fa è morto Giuseppe Di Stefano, dopo essere stato in coma per circa 3 anni. La notizia non è quasi apparsa né sui giornali, né sulle televisioni. Ben altra attenzione era invece stata destinata alla scomparsa di Luciano Pavarotti, anche lui tenore, ma di ben più modeste doti rispetto all’artista catanese. Ho chiesto perciò al Dr. Maurizio Niccolai, raffinato esperto di opera lirica, di scrivere un ricordo di Di Stefano che vi invio.

Giuseppe Di Stefano: una voce che era una fonte di acqua limpida attraversata dal sole

La scomparsa di Giuseppe di Stefano è stata degnata solo di poche righe. Questo silenzio è un altro segno penoso dell’epoca dell’immagine che viviamo e della sua volgarità. Di Stefano si trova in ottima compagnia: Franco Corelli, Birgitt Nilsson, Gina Cigna, Piero Cappuccilli, etc..

Il mondo della musica e dell’opera, sempre più vicino a quello della televisione, sembra essersi dimenticato di lui. Pure questa voce, nel bene e nel male, ha occupato un quarto di secolo di storia del teatro e della musica ed anche le cronache tanto care al mondo del gossip.

“Pippo” , com’era chiamato nel momento più alto del suo successo, si era affacciato al mondo dell’opera nell’immediato dopoguerra, con una voce di tenore lirico puro, dotata di un timbro malioso, lucente. Inconfondibile. Una passione per la parola teatrale che in lui, anche negli anni del declino, restò netta scelta di vita. Quel tenore lirico nelle arie dei primi dischi accompagnati dal pianoforte, aveva una naturalezza sorgiva irripetibile: una fonte di acqua limpida attraversata dal sole. Un brivido sensoriale di emozioni immediate, trasfuse in un canto che procedeva più dal sentire che dalla regola. Ma quale sentire!

“Lui è un caso a parte”, in una famosa intervista televisiva (rigorosamente fatta all’estero) ebbe a dire la grande Olivero che ha cantato con tre generazioni di tenori: Gigli, Lauri Volpi, Schipa, Del Monaco, Bergonzi, Pavarotti, etc..

E’ questo il giudizio che interessa la storia della musica: un caso a parte. Quella voce di splendore unico avrebbe dovuto forse rimanere entro i limiti imposti dalla natura, ma anche lui, pur essendo tenore, è stato travolto dal fenomeno Callas e da quella ossessione di occupare tutto.

Fra i primi documenti di quella volontà pervicace di penetrare in terra straniera come “sans papiers” è la Tosca diretta da Victor de Sabata. Un documento che resta una pietra miliare nella storia del disco. Sia Di Stefano che Gobbi (Scarpia) ne escono fuori da vincitori a modo loro, ma pongono le basi, che si svilupperanno in altre incisioni dell’epoca, sotto bacchette meno convincenti e travolgenti, di un vassallaggio alla vocalità callassiana.

Tuttavia le ragioni che spinsero Di Stefano ad un repertorio massacrante per una voce così “soavemente italiana” non stanno forse solamente nell’inseguimento della fulminante carriera di Maria Callas, sebbene queste motivazioni ci furono; basti ora pensare alle incisioni di quel tempo che videro spesso contrapposte la coppia Tebaldi - Del Monaco a quella Callas - Di Stefano. Ecco dunque il secondo inghippo inseguire il repertorio muscolare del concorrente e la sua vocalità di forza rapportando si come è più facile ai difetti che alle virtù.

Ovviamente queste ipotesi vengono considerate nella contingenza di quel momento storico e soprattutto in quell’interesse internazionale per la riscoperta totale dell’opera italiana e delle sue connotazioni culturali mentre di Wagner e dell’opera tedesca si annebbiavano e si riposizionavano in un’aura meno visionaria e più criticamente opportuna.

La riscoperta portò con se, come avviene sempre fra i neofiti, i germi sgradevoli del fondamentalismo per cui in tutti i teatri del mondo si richiedeva il repertorio italiano e Di Stefano, come Maria Callas, bruciarono, con un presenzialismo sfibrante la loro vocalità nel giro di una decina di anni, ma gli interpreti durarono più a lungo.

Ecco: gli interpreti. E’ questo il rovescio della medaglia del nostro tenore e forse la motivazione più vera ed appropriata delle sue scelte di repertorio distanti dal confine del dono ricevuto: Il Trovatore, La Forza del Destino, Un Ballo in Maschera, I Puritani e l’opera verista. Da qui la necessità di adattare la gola, nata per le delicatezze de I Pescatori di Perle o di Werther, alla perentorietà di Manrico o di Alvaro; da qui l’apertura tipica delle vocali e gli acuti spalancati. Pure, mai o quasi mai, si perse quella capacità di trasmettere il brivido emozionale. Mai o quasi mai fu inutile sulla scena.

Oggi che, come dicono molti miei amici, si canta meglio ma ci si annoia tanto ( io sono d’accordo solo sulla noia) in mezzo a tante vocette stimbrate e “comuniste” (come le definisce ironicamente Giulietta Simionato) un timbro ed un colore come quello di Di Stefano ed il suo vivere intensamente la scena, sarebbero la resurrezione dell’opera.

Quando voglio far avvicinare qualcuno all’opera lirica impiego i suoi dischi



Associazione Enrico Bianchi

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