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Concerti a Salisburgo

Beethoven e Annie Sophie Mutter, Haydn e Thomas Quasthoff a Saliburgo.

Pare che Beethoven abbia scritto il suo unico concerto per violino ed orchestra in re maggiore nel 1806 in circa sei mesi. La composizione non ebbe molto successo inizialmente, salvo essere stata successivamente “riscoperta” da Felix Mendelssohn, per poi diventare una partitura eseguita ed amata dai più grandi violinisti della storia della musica classica.

Al Festival di Pasqua di Salisburgo quest’anno si è nuovamente cimentata con la composizione Beethoveniana una coppia di eccellenti musicisti, Seiji Ozawa (Direttore) e Anne – Sophie Mutter (violinista) con l’accompagnamento degli esemplari e forse incomparabili professionisti che compongono l’orchestra dei Berliner Philharmoniker. Annie-Sophie Mutter, scoperta in giovanissima età da Herbert Von Karajan, ha dato un’interpretazione tutta volta ad un’espressione intimistica ed estremamente lirica della composizione, coinvolgendo in questa sua lettura l’orchestra e soprattutto il pubblico incredibilmente silenzioso e quasi attonito di fronte alla musica che proveniva da quel violino così dolcemente accarezzato, quasi cullato.

I grandi interpreti hanno per me una caratteristica essenziale, quella di farti perdere il “senso” dello strumento durante l’esecuzione: non sai più cioè, in alcuni particolari momenti, qual è lo strumento che stanno suonando: basta chiudere gli occhi e ti perdi…..è un violoncello, una viola, un contrabbasso od addirittura un carillon? E quando è finito il concerto ed esci pensi che la natura è stata con la Mutter particolarmente benevola perché oltre ad essere una grande violinista è pure una donna molto bella.

Chissà invece cosa avrà pensato la madre di Thomas Quasthoff quando ha scoperto che dal suo grembo era nato un bambino affetto da nanismo e fortemente handicappato? Così si descrive infatti l’artista nel film “The Dreamer” a lui dedicato dall’amico regista Michael Harder: “alto 1 metro e 34 centimetri, braccia corte (quasi inesistenti), 7 dita, quattro alla mano destra e 3 alla sinistra, testa grande relativamente ben fatta, occhi marroni, labbra pronunciate; professione:cantante”.

Il “mestiere” di Thomas Quasthoff è dunque il cantante, in particolare il basso – soprano, uno dei più apprezzati al momento dai più grandi direttori di orchestra del mondo (Abbado, Rattle, Baremboim, ecc) . E l’artista tedesco ha interpretato in modo incantevole il suo ruolo di Adam/Raphael nella “Creazione” di Haydn diretta da Sir. Simon Rattle. Haydn compose quell’oratorio alla fine della sua carriera (prima rappresentazione a Vienna nel 1798) .

Era cattolico il compositore austriaco , ma ciò non gli impedì di superare il racconto, evidentemente mitico – simbolico, della creazione contenuto nella Bibbia, per riflettere, attraverso la musica, sia sul caos iniziale (viene in mente il Big Bang nello splendido preludio iniziale) , sia sull’avvento della “luce della ragione” con l’imponente entrata del coro in corrispondenza appunto del passaggio testuale “E fu la luce”.

Simon Rattle nella sua magistrale direzione ha accentuato sia gli aspetti più “drammatici” della composizione, forzando l’orchestra in particolare in alcuni momenti nei quali gli archi hanno predominanza nella partitura, sia sottolineando la eccezionale vena poetica di altri passaggi in cui i fiati, in particolare il flauto ed il clarinetto, sono stati gli autentici protagonisti di sensazioni difficilmente descrivibili.

E Thomas Quasthoff ha efficacemente accompagnato con la sua voce di basso, forte, piena, incisiva gli archi, trasformandosi quasi in un violoncello, mentre è riuscito a seguire docilmente i fiati arrivando ad esprimere la stessa dolcezza e liricità. Un vero e proprio boato da parte degli spettatori è seguito all’ultima nota dell’Oratorio e Thomas Quasthoff, che una natura maligna avrebbe voluto costruire come oggetto di derisione e di scherno è stato, come oramai gli accadde in ogni parte del mondo, oggetto al contrario di applausi riconoscenti: davvero ho pensato, la volontà umana sembra, in alcune occasioni, non avere limiti.

E’ in quelle occasioni, forse neppure poi tanto rare, che ti senti grato di appartenere al genere umano.



Associazione Enrico Bianchi

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