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Barack Obama, Neil Young, Miles Davis......

Barack Obama, Neil Young, Miles Davis : i tanti volti dell’America.

Barack Hussein Obama Jr. è attualmente l’unico afro –americano che siede al Senato degli States e si sta giocando la partita, contro tutte le previsioni iniziali, per la nomination alla corsa verso la Casa Bianca contro Hillary Clinton che ha forse un cognome fin troppo ingombrante, nonostante sia una donna di un’intelligenza acutissima (basta leggere il suo libro – autobiografia “La mia vita, la mia storia” per capirlo).

In una situazione nella quale il suo paese è già in recessione, come ha sentenziato da tempo Warren Buffett, Obama ha improntato la sua campagna elettorale sulla necessità di cambiare, trovando uno slogan “yes we can” che sembra un riassunto della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Tifo per lui non tanto per ragioni di “appartenenza politica”, ma perchè sarebbe il primo Presidente d’America nero, fatto di per sé estremamente significativo del cammino percorso da quel paese sul piano del riconoscimento dei diritti civili ed inoltre, perché, con la forza della sua età (è nato nel 1961) e delle sue idee, può forse contribuire davvero a cambiare le molte cose che non vanno nel suo paese ed a farlo uscire da una situazione economica estremamente difficile e ciò a beneficio del mondo intero.

Neil Young è invece bianco, uno dei grandi “vecchi” della musica americana. Per puro caso una sera, facendo zapping alla tv, mi sono imbattuto nel film “The Heart of Gold” di Johnathan Demme, regista de “Il silenzio degli innocenti”: un lungometraggio su due concerti tenuti dal grande cantautore di origine canadese al celeberrimo Ryman Auditorium di Nashville, città del Tennessee nel profondo Sud dell’America, capitale da sempre della musica “country”.

In quella città, descritta nelle sue contraddizioni anche da un famoso film di Robert Altman, Neil Young aveva registrato nel 1972 il capolavoro “Harvest” e lì è voluto ritornare con il suo gruppo composto da “vecchi amici” per presentare il disco “Prairie Wind” nel quale riscopre interamente, anche con una vena di commozione e nostalgia i suoni della gioventù. Forse non è un caso che il ritorno alle armonie antiche avvenga con la scoperta di un’aneorisma celebrale. Il batterista del gruppo Chad Cromwell ricorda incredulo nel film di aver saputo da Neil Young del suo grave problema fisico durante la registrazione del disco, appena una settimana prima dell’operazione, avvenuta poi positivamente a New York.

La voce di Young è un po’ appannata ma continua a fendere l’aria, come d’altra parte la sua mitica vecchia chitarra, appartenuta a Hank Williams e prestata una sola volta a Bob Dylan. E la vena artistica sembra intatta soprattutto in alcune canzoni: la strepitosa ballata “No wonder”, ad esempio, con la partecipazione nel coro femminile, tanto per gradire, di Emmylou Harris, mentre Ben Keith “cesella” alla slide guitar. Fra passato e presente, fra la rabbia e la droga giovanili e la sensazione di essere invecchiato ma non arrendersi, fra l’essere figlio e poi padre, Neil Young sembra aprire tutto se stesso. Nel presentare la canzone dedicata alla figlia ventunenne, studente universitaria lontana da casa, con un sorriso dolce e gli occhi vivi e intelligenti dice “c’era un tempo in cui scrivevo canzoni per le mie coetanee……..ma questa è la canzone che si potrebbe definire dei genitori abbandonati……..mi manchi ma non ti voglio trattenere………recita poi il ritornello della ballata.

Nero come la pece era invece Miles Davis e, pure lui, nato nel Sud dell’America. Non conosco il jazz salvo qualche rara incursione consigliatami da un amico, profondo conoscitore al contrario di me di quel tipo di musica, che sapendo della mia passione verso il pianoforte mi ha fatto ascoltare alcuni grandi pianisti jazz, da Bill Evans a Keith Jarrett. Per pura curiosità ho quindi acquistato un DVD, allegato ad uno degli ultimi numero dell’Espresso ed intitolato: Miles eletric: a different kind of blue.

Il DVD contiene numerose interviste a musicisti che hanno suonato con Miles Davis ed alla fine i 38 minuti della session che Miles Davis tenne il 20 agosto del 1970, davanti a 600.000 persone, all’Isola di Wight. Si presentò sul palco, proponendo (cosa che fece scandalizzare quasi tutta la critica) un pezzo elettrico, con una formazione di strepitosi musicisti, in gran parte giovanissimi: Chick Corea (Fender piano), Dave Holland (basso elettrico) Jack De Johnette (batteria), Gary Bartz (sassofono) Airto Morena (Cuica ed altro) Keith Jarrett (organo elettrico).

Quando è partita la musica mi son chiesto: ma cosa stanno facendo? Perché un gruppo di musicisti così bravi fanno solo confusione, non seguendo un filo non solo armonico, ma neppure logico. Ma con il procedere dell’ascolto sono rimasto intrappolato dal suono della tromba di Miles Davis, un suono essenziale, nitido, che ti perfora l’anima. Quella musica, fatta di note apparentemente caotiche che si inseguono, si rincorrono, si scontrano mi ha inchiodato al divano, con tutto il mio corpo proteso all’ascolto. Un suono in certi momenti ancestrale, che a tratti sembrava venire da qualche galassia lontana milioni di anni luce o da qualche “buco nero” presente in ognuno di noi.

Nei giorni successivi ho riflettuto che Miles Davis ha intuito, già nel 1970, che l’elettricità, non solo in campo musicale, avrebbe cambiato il mondo. Ha capito, non so dirvi come, che l’elettricità e l’energia, non solo prodotta dall’uomo ma esistente nell’universo, avrebbero trasformato in futuro la realtà esistenziale degli uomini e che la “velocità” sarebbe diventata il nuovo autentico “valore” dell’intera umanità. Un genio dunque Miles Davis che fa un tale salto nel futuro che è stato difficile capire negli anni 70’, ma che oggi diventa comprensibile alla luce semplicemente della realtà che ci circonda.

P.S: Alcuni mesi fa il Dr. Tito Caselli ha avuto occasione di intervenire con due articoli pubblicati sul sito nella rubrica “interventi cultura” sulla situazione attuale della Chiesa Cattolica, anche in relazione al rapporto fra gerarchie ecclesiastiche e scelte politiche dei cattolici. Nell’approssimarsi delle elezioni politiche di aprile i temi toccati dal Dr. Caselli nei suoi interventi appaiono di estrema attualità. Consiglio perciò la lettura di due articoli apparsi recentemente sulla stampa: l’intervista a Don Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana e l’intervento di Michele Serra su La Repubblica dal titolo “Campane elettorali” che ho inserito nella sezione Rassegna Stampa – politica nazionale del mio sito www.lucaiozzelli.it



print  Autore : Luca Iozzelli
 Pubblicato : Lunedì, 10 Marzo 2008 - 14:39
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