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Il Cardinale Carlo Maria Martini: Io Welby e la morte

Il Cardinale Carlo Maria Martini: Io, Welby e la morte

Ho atteso per diversi giorni che, nella nostra città, qualcuno dedicasse un po’ del suo tempo a riflettere e comunicare agli altri il suo pensiero sull’articolo che Domenica 21 gennaio Carlo Maria Martini ha scritto su Il Sole 24 ORE, nell’inserto culturale di quel quotidiano, che ha avuto, fra l’altro, un’ ampia eco sulla stampa nazionale. Già il titolo dell’intervento era, di per sé, suggestivo: "Io, Welby e la morte". Ma naturalmente il testo lo è ancora di più. Martini, accennando con molto pudore alla sua malattia, sottolinea di essere stato un privilegiato ringraziando i medici e gli infermieri che lo hanno assistito e dei quali ha apprezzato negli anni “la dedizione, la competenza, lo spirito di sacrificio”. Potremmo dire le stesse cose per molti dei medici e degli operatori sanitari che svolgono la loro attività nella nostra città, non nascondendo però deficienze esistenti, toccate con mano anche personalmente per vicende accadute a persone a me molto care. La recente indagine de Il Tirreno sull’ospedale della nostra città, ha in effetti posto in evidenza quella che Martini definisce come “negligenza terapeutica”. Costruiremo nei prossimi anni a Pistoia un nuovo ospedale: dovremmo però più attentamente occuparci della qualità delle cure che in quella struttura saranno offerte, non consegnando alle sole categorie dei medici e degli operatori sanitari la soluzione delle problematiche inerenti ai trattamenti terapeutici. Non possiamo solo reclamare a gran voce, come sta accadendo a Pistoia da un po’ di tempo, di avere la cosiddetta “urbanistica partecipata”, ancora più importante forse è avere una “ sanità partecipata”. Ma la questione che affronta Martini nel suo intervento è specificatamente quella del caso Welby. La problematica, estremamente complessa, è quella delle decisioni da adottare nei casi di malattie gravi, in cui il paziente “con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie” che consentono di mantenerlo in vita. Dice Martini che “situazioni simili saranno sempre più frequenti e la Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione anche pastorale”. Infatti secondo il Cardinale “ le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovino più alla persona”. Spesso, soprattutto da parte della gerarchia ecclesiastica ascoltiamo riflessioni preoccupate sullo strapotere dell’economia, della scienza, della tecnologia che sembrano ormai orientare totalmente le nostre esistenze. Mi chiedo, ma il caso Welby non era proprio la dimostrazione di questo strapotere tecnologico? Un uomo tenuto in vita solo perchè negli ultimi nove anni è stato sostenuto da un trattamento terapeutico che ha previsto un sostegno respiratorio, che prevedeva una tracheotomia e un ventilatore automatico non è un caso di “strapotere tecnologico”? Ed allora sono perfettamente d’accordo con Martini quando sottolinea che la scelta unica ed ultima spetta al malato per “valutare se le cure che gli vengono proposte , in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate” Naturalmente il malato non deve essere lasciato solo, isolato, nella sua decisione, ma è “responsabilità di tutti accompagnare chi soffre, soprattutto quando il momento della morte si avvicina”. Martini richiama la legge francese approvata nel 2005 sull’argomento in oggetto. Nello specifico non la conosco, ma di Carlo Maria Martini mi fido!



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