I Cento chiodi di Ermanno Olmi. L’intervento di Tito Caselli sulla attuale situazione della Chiesa cattolica e la successiva replica dell’Ing. Massimo Marianeschi (riportati in questa stessa sezione) mi hanno riportato alla mente il film di Ermanno Olmi “Cento Chiodi” che avevo già visto in una sala cinematografica, ma che ho pensato di rivedere in DVD comodamente a casa (potenza della tecnologia!). Certo i film sono fatti per il cinema, ma avere un’ulteriore visione, attraverso la loro riproduzione sulla tv, ti consente di mettere maggiormente a fuoco il messaggio che sta dietro alle singole scene, nonché di seguire puntualmente la sceneggiatura, con i relativi dialoghi. Mi accade spesso che il mio giudizio su un film derivi da quello che uscendo mi ha “lasciato addosso”, magari senza sapere ben definire che cosa: spesso questo è la misura del film e devo dire che Cento Chiodi è un’opera molto bella. “ Viviamo in un’epoca in cui ogni spiritualità si converte in profitto, tutto viene fatto in vista di un guadagno, un’epoca in cui la vita stessa è una mascherata e la felicità del vivere è falsa come l’arte che la esprime: in una simile epoca di perduta genuinità è forse la follia la soluzione per la nostra esistenza?” Con questa frase di Karl Jaspers, il Professore di filosofia (uno stupefacente Raz Degan) congeda i suoi studenti nell’ultima lezione che tiene all’università. Il suo gesto di follia sarà quello di inchiodare i libri dell’antica biblioteca universitaria con chiodi da capriate di quelli, come dirà al professore il commesso della ferramenta, che se “ ti inchiodano con questo non scappi più”: è chiaro il riferimento nelle scene della biblioteca, ove i libri sparsi ovunque, dai tavoli al pavimento, vengono inchiodati, a Cristo e alla sua crocifissione. In tutto il film vi è un’unica presenza di religioso: un vecchio parroco che ogni mattina, con il suo bastone, si avvia verso la biblioteca e li studia tutto il giorno, addormentandosi anche sugli antichi testi: “ i libri non sono forse la migliore compagnia? Mi basta toccarli i libri….mi ritorna in mente tutto quello che in tanti anni mi hanno detto….abbandonare questi miei amici fedeli anche solo per una volta mi pare quasi di tradirli” dirà il vecchio prete al professore la sera stessa nella quale verrà compiuto il gesto di inchiodarli. E’ l’immagine di una Chiesa invecchiata non solo per ragioni anagrafiche, ma nella sua fondante funzione di evangelizzazione, distante ormai dal mondo, legata ai testi sacri ed alle sue tradizioni, che non sa più riconoscere un “verbo” che si fa carne e dimora fra gli uomini. D’altra parte lo stesso Professore, in un colloquio avuto con una studentessa Indiana, che gli espone come motivo fondante della scelta della sua tesi ( “la figura femminile all’interno delle grandi religioni: la donna come tramite della volontà divina”) il fatto che fin da bambina voleva “salvare il mondo” , dirà che “dobbiamo accontentarci di salvare noi stessi” e che “la verità è che la religione non salva il mondo, non ne fa un luogo migliore”, ma che , al contrario, “c’è più verità in una carezza che in tutte le pagine di questi libri”. E dopo il folle atto compiuto nella biblioteca, il Professore decide di abbandonare la sua funzione, si “spoglia” progressivamente del superfluo (il cellulare, l’auto cabrio, la giacca con i documenti) e, scopre sugli argini del Po una casa diroccata, un rifugio per la pioggia che diventerà la sua abitazione, (come Francesco d’Assisi fece a S.Damiano), la dimora di quello che i semplici abitanti del posto inizieranno a chiamare “il Cristo”. Quegli stessi abitanti, affascinati dalla sua figura, lo aiuteranno a ristrutturare la casa ed alla fine, come è tradizione anche dalle nostre parti quando viene ultimata la “copertura” di una casa, si ritroveranno attorno ad una tavola ed il Professore, a ciò sollecitato, ricorderà il primo miracolo di Gesù, quello delle nozze di Cana perché “dove c’è una festa non deve mai mancare il vino e così il Figlio di Dio ha fatto il primo miracolo. Il vino è fatto per essere bevuto con gli amici, ma anche con i nemici”. In un’altra occasione, il Professore sollecitato da un padre che era stato abbandonato dal proprio figlio, ricorderà la parabola del Figliol prodigo, in una delle scene più toccanti del film, difficile da descrivere a parole, ma solo da vedere con occhi stupiti. Così come è da assaporare nella sua straordinaria bellezza la fotografia del film, soprattutto nelle sequenze nelle quali, come è sua abitudine, Ermanno Olmi rende il proprio omaggio al Po. Inquadrature struggenti del fiume in tutte le ore del giorno: al mattino, nel pomeriggio, alla sera sotto la luna, spesso percorso da una barca sulla quale si suona la canzone “non ti scordar di me” (chiaro omaggio a Federico Fellini). Il Po è il simbolo per il regista della natura incontaminata, della genuinità ritrovata, della semplicità del vivere, spesso attaccate brutalmente dall’uomo, sia con mezzi meccanici (ragazzi che fanno motocross sulle sue sponde), sia dalla brutalità della ricerca del profitto che spinge l’ amministrazione locale ad evacuare quegli abitanti che hanno sempre vissuto da una vita su quelle sponde, in forma abusiva. E la cecità della burocrazia arriva a comminare a quegli abitanti, evidentemente semplici e con poche risorse, un’ ammenda per più di 20.000 euro che il Professore si incaricherà di pagare con la propria carta di credito. Da tale pagamento, i carabinieri lo rintracceranno e lo arresteranno. Al momento dell’arresto, in un atmosfera che ricorda l’orto di Getsemani e il successivo processo a Gesù, il Professore si rivolgerà ai suoi amici dicendo: “ Non siate stupiti se vi cacceranno da questi luoghi. Molti si illudono di fare con le loro imprese opere meritevoli senza il rispetto di ciò che regola la vita, ma arriva anche il momento in cui la natura stessa si ribellerà a tutte queste offese e cancellerà ogni cosa che umilia tutte le creature. E’ venuto il momento di lasciarci ciascuno deve tornare al proprio luogo, vi auguro di restare qui e vivere in pace come io vi ho conosciuto; questa pace non è una pace che viene dal mondo, ma da voi stessi”. E poi alla fine del film vi sarà il confronto in carcere fra il vecchio parroco incredulo e pieno di collera per la ferita inferta ai “suoi libri” ed il Professore che brutalmente dirà : “lei ama più i suoi libri degli uomini……Dio non parla con i libri, i libri servono qualsiasi padrone e qualsiasi Dio….è Dio il massacratore del mondo non ha salvato neppure suo Figlio sulla croce. …..nel giorno del Giudizio sarà Lui a dover rendere conto di tutta la sofferenza del mondo”. Anche il “credente” Ermanno Olmi quindi sembra, con una dose di forte provocazione, voler prendere le distanze non tanto dalla figura di Cristo e dal suo messaggio, che anzi nella sua opera viene esaltato nei suoi contenuti più profondi, ma dalla Chiesa Istituzione, ripiegata sui “suoi libri” e sulla loro presunta “interpretazione autentica” che spesso appare del tutto incomprensibile all’uomo moderno. Ma direi che questa presa di posizione, così come quella di Tito Caselli, non dovrebbe apparire così fuori luogo se persino Carlo Maria Martini, commentando il processo di Gesù nella versione dell’Evangelista Giovanni, ha recentemente sottolineato, in un suo intervento, il rischio “della possibilità che un’istituzione religiosa decada: si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare….molte volte ho insistito sulla necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche ….e che non dobbiamo tanto insistere sull’ortodossia religiosa delle singole parti…..personalmente non sono favorevole al dialogo religioso quando considera le religioni come monoliti, realtà che devono dialogare restando immutabili”. Per quanto mi riguarda, come mi accade orami da anni, sono d’accordo con Carlo Maria Martini.
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