STEFANO BOLLANI E RICHARD GALLIANO IN CONCERTO ALLA VILLA MEDICEA DI POGGIO A CAIANO. Chissà perché ti svegli il mattino successivo al concerto di Stefano Bollani e Richard Galliano, che hai ascoltato la sera precedente, con la voglia di sapere chi ha “inventato” la Villa Medicea di Poggio a Caiano, della quale conoscevi l’esistenza, ma mai (mi vergogno a dirlo) avevi avuto l’occasione di visitare. Forse perché i “luoghi” dove provi sensazioni intense inevitabilmente ti restano nel cuore e ti accompagnano poi nei giorni successivi, quasi che vogliano da soli indicarti che la tua esistenza personale è intimamente legata al passato che hai alle spalle, anche alla storia di molti secoli fa. E così scopri, velocemente grazie a quella invenzione rivoluzionaria che è il web, che un antico edificio appartenuto, fra gli altri, anche alla famiglia Cancellieri di Pistoia, passò di proprietà nel 1479 a Lorenzo il Magnifico, il quale dette incarico a Giuliano di Sangallo di ricostruirlo completamente, secondo i canoni di Leon Battista Alberti. Allora forse non è un caso che il tuo risveglio sia stato accompagnato da quel desiderio e che quindi, la prima cosa che hai fatto entrando in ufficio è stata quella di informarti su quella maestosa quanto lineare costruzione. Stefano Bollani ha 34 anni, Richard Galliano ha 57 anni: il primo suona il piano il secondo la fisarmonica. Il pubblico è numerosissimo per un concerto di musica jazz, soprattutto giovani che intuisci, dall’attenzione con la quale seguono l’esibizione del duo, che non sono lì per caso, ma ascoltano in religioso silenzio quelle note che si intrecciano e ti avvolgono come una calda coperta. La serata è fresca, un vento in alcuni momenti quasi gelido soffia e fa anche volare gli spartiti dei musicisti che non si scompongono più di tanto e continuano nel loro dialogo a due voci, incuranti di una natura capricciosa che in una serata d’estate pretenderebbe di intromettersi e disturbarli. Ma più il concerto va avanti, più il freddo non lo senti, perché, lo hai sperimentato molte volte, la musica ha per te un valore terapeutico: nutre la tua anima e pure il tuo corpo. Così come solo il corpo della donna amata sa fare. Non appena Bollani mette le proprie mani, stranamente piccole per un pianista, sul piano ed escono, da quel meraviglioso strumento, le prime note capisci di essere davanti ad un grande musicista. Per la prima volta nella vita lo hai sperimentato nel 1987 a Londra: sono le prime note che contano per capire la qualità di un artista. Eri andato nella capitale del Regno Unito assieme ad una cara amica, dopo un periodo tormentato della tua vita, a trovare un comune amico che là lavorava, in una Banca d’affari nella City. Eravate riusciti a trovare tre biglietti per un concerto al Covent Garden: Riccardo Muti direttore, la London Simphony e Vladimir Ashkenazy al pianoforte. Arrivati al teatro il programma della serata informava che il maestro Vladimir Askenazy era malato e sarebbe stato sostituito per l’esecuzione del V° concerto per pianoforte di Beethoven da un certo Radu Lupu, del quale non avevi mai sentito parlare, né conoscevi esistesse neppure un’incisione in commercio. Grande delusione anche perché “l’Imperatore” è una delle composizioni che ami di più. Ma non appena il pianista rumeno inizia a suonare capisci che sarà un grande concerto: tocco vellutato, note cristalline, intesa perfetta con Muti e l’orchestra. Così è stato per Bollani. Su Richard Galliano è quasi inutile spendere parole: è considerato il più grande di tutti con la fisarmonica ed a ragione. Trasforma costantemente il suono di quello strumento tanto che a momenti sembra un’organo: in un pezzo "a solo" ti vengono in mente infatti Bach e le sue “fughe”. E Galliano rende omaggio alla sua terra di origine con una splendida versione di una canzone di Edith Piath, mentre in un altro pezzo ti fa volare in Argentina, meravigliosa e sconfinata terra che hai avuto la fortuna di visitare non troppo tempo fa. E poi Bollani da il meglio di sé in un pezzo suonato ad un’ incredibile velocità perfino con gli avambracci, come in alcune pezzi di compositori moderni. Il messaggio mi sembra chiaro: viviamo in una società nella quale l’elettricità e la tecnologia conseguente stanno trasformando il linguaggio e la comunicazione fra gli individui dalla forma scritta a quella visiva, allargando al tempo stesso la possibilità per gli individui di comunicare fra loro da ogni parte del mondo. Ma queste stesse possibilità rischiano di costruire un mondo frenetico, nel quale l’uomo si perde, si smarrisce, non si riconosce più come persona. Ma non dobbiamo arrenderci perché anche di fronte a questo mondo convulso ed individualista l’incontro fra uno strumento “antico” come il piano ed un uomo può sempre costruire un universo di senso, rappresentato da un’alta forma artistica, che restituisce “dignità” all’uomo moderno. In poche parole, come direbbe Maurizio Pollini, una serata nella quale gli spettatori hanno capito la differenza fra musica d’arte e musica di consumo.
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