Le polemiche sulle unioni di fatto e il film “Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar L’interesse dei mass media di questi ultimi tempi è stato particolarmente incentrato intorno alla proposta di legge sulle unioni di fatto predisposta dal Governo, nonché sulle conseguenti polemiche nel mondo politico e sulle dure reazioni della gerarchia ecclesiastica nei confronti della normativa in questione. Debbo dire però che ogni volta che viene alla ribalta questo tema e gli opposti schieramenti ideologici si schierano, mi viene in mente il film di Pedro Almodovar “Tutto su mia madre”: uno dei più accreditati capolavori del regista spagnolo. E’ una storia, quella raccontata nel film, tutta al femminile: non solo vicende di donne a cosiddetta tendenza “etero o lesbo”, ma anche di transessuali, ovvero uomini che per affermare la loro femminilità innata non esitano affatto a modificare l’aspetto esteriore del proprio corpo ricorrendo talora all’uso dell’ormai più che noto “silicone”. Su tutte le figure “femminili” del film infatti, assumono assoluto rilievo in particolare: una madre naturale, Manuela, alla quale muore il figlio diciassettenne in un incidente d’auto all’uscita di una rappresentazione teatrale; Rosa, una suora, anima candida che ha dedicato la vita al prossimo pur provenendo da una famiglia molto agiata ma poi rimasta incinta di un irresponsabile transessuale affetto da AIDS; infine il transessuale Agrado, vero simbolo di quella che è pura ricerca di fraternità solidale, finalizzata al superamento del dolore presente nella vita di ogni persona. Anche di fronte alle separazioni dolorose Agrado sottolinea che “mi piace dire addio alla gente che amo anche solo per mettermi a piangere”. E la solidarietà di Agrado verso gli altri non può che essere espressione della propria autenticità. Dirà infatti la simpaticissima transessuale, alla fine della rappresentazione teatrale che l’ha vista protagonista e davanti ad un pubblico entusiasta : "Quello che voglio dire, è che costa molto essere autentici e che in questo caso non bisogna essere tirchi…. perché una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stessa!". Il massimo dell’espressione umana è l’essere madre e solo la donna-madre, anche se nata di sesso maschile, potrà veramente capire il senso della vita ed essere capace, in virtù di quel ruolo, di alleviare le sofferenze degli altri. Indicativa, in tal senso, è la dedica finale con la quale il regista chiude il film : “ A tutte le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre”. Nel film Almodovar, ricorrendo a situazioni estreme e a storie di “diversi”, indaga in profondità nuove forme di convivenza familiare che superano quelle tradizionali, senza per questo perderne la sostanza, in quanto relazioni affettive, dolorose o felici che siano. Ci invita, il grande regista spagnolo, a rifuggire dalle facili certezze di visioni omnicomprensive ed uniche di “famiglia” così come è stata concepita fino ad oggi, anche nel diritto civile, e che mal si adattano ormai, in innumerevoli casi, al mondo moderno. Ma al tempo stesso la sua opera cinematografica è, alla fine, un inno all’amore, alla solidarietà, alla comprensione degli altri, alla necessità quindi all’ineludibilità e ricchezza delle relazioni umane. L’amore, coniugato indissolubilmente all’autenticità, più essere il vero motore della vita di ogni persona. E l’amore, secondo Almodovar, è una dote naturale di ognuno di noi e la scintilla, unica e vera, che lo fa sorgere deriva appunto dalla procreazione, dall’essere madre e quindi per chi non lo è o, per natura, non può esserlo, dall’espressione del “femmineo” che è presente in ogni persona a qualsiasi genere appartenga. Manuela, il personaggio che più di ogni altro nel film ha attraversato la sofferenza essendole morto un figlio diciassettenne, non esiterà ad adottare il figlio di Rosa, morta durante il parto, divenendo nuovamente madre, anche se non in senso biologico. E quel bambino nato sieropositivo svilupperà “naturalmente”, forse per il tanto amore che lo ha circondato, gli anticorpi contro la malattia, divenendo un caso di studio in congressi internazionali sul tema. Se allora partiamo dalle sollecitazioni contenute nel film, nonché dalla realtà dell’esistenza di un numero sempre maggiore e rilevante anche in Italia di unioni di fatto, appaiono del tutto eccessive e strumentali le recenti polemiche sui Dico. Anch’io perciò sono convinto come Eugenio Scalfari che “una legge equa sulle convivenze non metta a repentaglio alcuna famiglia” , e non credo “che i figli nati o comunque esistenti all’interno di una convivenza debbano suscitare affetti e diritti minori dei figli nati all’interno di una famiglia”. E come cristiano sono convinto, come ha sottolineato Oscar Luigi Scalfaro, che su questi temi la gerarchia ecclesiastica, invece di operare indebite ingerenze sul parlamento, dovrebbe occuparsi “di rafforzare nei cattolici la fede, in modo che sappiano scegliere: questo tema dovrebbe essere perciò “affidato all’evangelizzazione e alla formazione dei fedeli”, piuttosto che a battaglie intorno ad una singola legge. Ma, allo stesso tempo, anche per dare il giusto valore, dal punto di vista della intera storia umana, a queste polemiche, mi viene in mente la puntuale affermazione di Ermanno Olmi contenuta nella sua ultima opera cinematografica “ Cento chiodi”: le religioni non hanno mai salvato il mondo!
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