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Match Point: la modernità secondo Woddy Allen

MATCH POINT: LA MODERNITA’ SECONDO WOODY ALLEN

Con una celebre battuta Woody Allen ha detto della sua produzione cinematografica: “Ogni volta, quando un mio film ha successo, mi chiedo: come ho fatto a fregarli ancora?” Io sono fra coloro che, fin dai primi film apparsi in Italia dell’ormai celebre autore Newyorchese, sono stato quasi sempre “fregato” e ho seguito perciò, con crescente ammirazione, il percorso artistico e intellettuale di Allen in tutti questi anni, nei quali ha calcato le scene come autore, attore o regista. Mi è accaduto molte volte di uscire dalla prima visione di un suo film convinto di aver assistito a qualcosa di molto “particolare” ed, allo stesso tempo, con la sensazione di non aver afferrato fino in fondo il messaggio che Woody mi ha voluto trasmettere: stupito alcune volte dalla singolarità del film (Zelig), dalla poesia nascosta in ogni piega dell’opera (Manhattan), dalla visione disincantata, ma incisiva ed oggettiva del mondo moderno e della realtà che ci circonda (Match Point). E con il passare degli anni l’arte di Woody Allen si è raffinata, la macchina da presa sempre di più usata come un occhio indagatore di una realtà attentamente riflettuta anche sul piano sociale, culturale e religioso. Match Point è uno dei suoi film migliori ed è perciò, a mio parere, un capolavoro. Dietro infatti ad una storiella che è costruita in modo apparentemente banale dal regista si nascondono evidenti ed espliciti paralleli con la più grande letteratura di tutti i tempi, un’analisi spietata della condizione dell’uomo moderno nelle società avanzate dell’occidente, il tema infinito del senso individuale e collettivo dell’esistenza e quindi della motivazione ultima del male. “Chi disse preferisco aver fortuna che talento percepì l’essenza della vita. …”La gente ha paura ad ammettere quanto conti la fortuna nella vita..terrorizza pensare che la vita non sia sotto controllo”. Con questo commento fuori scena inizia il film mentre una pallina da tennis dopo aver toccato il nastro si ferma in aria: può andare dall’altra parte del campo ed allora “hai vinto” oppure rimanere al di qua della rete ed allora “hai perso”: ti è andata male, il caso ha voluto così, solo questione di sfortuna. Non che il talento non sia importante nella vita, ma lo stesso deve comunque essere abbinato alla fortuna ed ad una forte determinazione e costanza: doti, queste ultime, che il protagonista del film Chris Wilton ha solo in parte. E’ dotato di talento, ma trova noioso e troppo faticoso il circuito del grande tennis, non sarà mai un Agassi o un Lever. Ma la fortuna può allora farti incrociare, ad un circolo esclusivo di tennis londinese dove da giocatore professionista ti ritrovi a fare il semplice maestro, una famiglia della upper class di quella città, con interessi economico-finanziari in tutto il mondo. E sempre la fortuna, unita in questo caso al talento dell’arrampicatore sociale, fa sì che la figlia di quella famiglia (Chloe) si innamori di te e tu sia inevitabilmente cooptato all’interno di quel mondo “dorato” al quale, tu, povero immigrato irlandese, mai avresti potuto accedere. E’ chiaro infatti che l’analisi contenuta in tutto il film è che nelle società capitalistiche avanzate (non a caso l’ambientazione è a Londra, la più importante piazza finanziaria del mondo) le classi sociali sono oramai definite e la mobilità, soprattutto verso l’alto e in particolare l’accesso alle classi più ricche che vivono in un mondo “fatato”, un piccolo paradiso già sulla terra, avviene quasi sempre per cooptazione: sono i ricchi che decidono chi può partecipare al “paradiso terrestre” rappresentato da una vita di così alta qualità. Lo dice lo stesso Chris alla futura moglie: “ ho sempre ammirato uomini come tuo padre: ricchi ma non ottusi, che si godono i propri soldi, che fanno una gran vita, che finanziano le arti…..” Dunque, attraverso il matrimonio il protagonista ha accesso ad un mondo di persone felici e che amano la vita (”..é bella la vita, io l’adoro!..”dice la sognante Chloe). La maggiore preoccupazione, quasi un’ossessione di quella parte privilegiata di umanità è infatti avere figli: il modo “naturale” ed esclusivo per trasmettere alle generazioni successive le loro ricchezze,ma assieme alle stesse, anche appunto la felicità della vita. E’ un mondo, seppur dorato, che sembra tuttavia aver espunto una caratteristica fondamentale che Allen sembra delineare come la peculiarità essenziale dell’essere umano: ovvero la passione, il desiderio. Ed il desiderio si presenta a Chris sotto le vesti di Nola, sensualissima americana, ex fidanzata del cognato, figlia di un’alcolista, aspirante attrice senza talento, ma determinata a sfuggire ad una storia personale segnata fin dalla nascita dalla sofferenza e da un futuro caratterizzato da una vita del tutto anonima, nella città di provincia nella quale è nata. La passione travolge entrambi: è desiderio soprattutto carnale, irrefrenabile, nato in un campo di grano sotto la pioggia e proseguito nella casa in affitto di Nola, lontana dal centro sfavillante della city londinese. Ed il caso vuole che, mentre la moglie, nonostante i numerosi tentativi e le consulenze di medici esperti in fecondazione, non riesca a rimanere in cinta, Nola si ritrovi ad aspettare un figlio. E Nola, anche in considerazione del fatto che il suo compagno più volte le ha detto di amarla e di voler lasciare la moglie per lei, vuole tenere il figlio e non abortire come ha già fatto due volte precedentemente: “è un figlio concepito per autentica passione, non per un programma antisterilità”. Per un attimo il protagonista sembra sulla strada di voler comunicare alla moglie la situazione ed abbandonare conseguentemente il mondo dorato al quale oramai appartiene: la scena del colloquio, non a caso, avviene in un incredibile appartamento con le pareti esterne a vetri con vista sul Tamigi, nel quale la coppia vive, regalo naturalmente del padre di lei. Per un attimo Chris sembra voler seguire la via del desiderio e dell’autenticità, di quella “redenzione” che amava leggere nei libri di Dostoevskij, in particolare in Delitto e Castigo. Ma la figura di Raskolnikov, protagonista del capolavoro del romanziere russo, non si adatta più alla modernità: non esiste rimorso dopo un omicidio, non esiste colpa da espiare, non esiste un tribunale divino ma nemmeno umano che può fare giustizia anche del più efferato dei delitti se la fortuna e quindi il caso non lo vuole, non esistono più figure femminili capaci, come in Delitto e Castigo, con la forza del proprio amore e della fede di spingere alla “redenzione”. Conseguentemente Chris deciderà di uccidere Nola e per rendere più plausibile l’omicidio, ammazzerà, assieme a lei, una povera signora cha abita allo stesso piano del palazzo, fingendo una rapina a suo carico. D’altra parte se “come gli scienziati stanno confermando sempre più, la vita esiste solo per puro caso” nessun scopo e nessun disegno preordina le nostre esistenze personali o la nostra vita collettiva: solo il caso e la fortuna sono determinanti. E la fortuna vorrà che la fede nuziale, sottratta da Chris, per simulare la rapina, all’anziana signora uccisa e poi gettata nel Tamigi assieme agli altri gioielli non supererà, come la pallina da tennis all’inizio del film, la barriera a protezione del fiume, rimanendo in questo caso, sulla terraferma. Ma la fede, sarà raccolta da un tossicodipendente, poi trovato ucciso dalla polizia e sarà la definitiva prova che indurrà i poliziotti, incaricati dell’indagine, a concludere che Chris non c’entra niente con il delitto ed è solo un uomo che era stato infedele alla moglie. Naturalmente la storia si presenta a molte altre considerazioni a dimostrazione di quanto il film sia bello e frutto di una riflessione profonda e di un’analisi accurata dei diversi personaggi. Accanto ai principali protagonisti sopra evidenziati, altre figure emblematiche fanno da sfondo: il padre, la madre il cognato di Chris. E pure l’ambientazione, come in tutti i film di Allen ha un suo significato: i ristoranti raffinati, i pub esclusivi, il Covent Garden, ecc. Ed infine non poteva mancare in sottofondo, come da anni Woody ci ha abituati, una raffinatissima colonna sonora. In questo film il regista Newyorchese utilizza prevalentemente l’opera: “Una furtiva lagrima” dall’Elisir d’Amore di Donizetti ricorre più volte durante il film, nella incisione d’epoca di Enrico Caruso, e poi Verdi, Traviata, Rigoletto, Il Trovatore, Macbeth ed infine Otello. La scena dell’omicidio sembra essere tutta costruita, a livello dei tempi della regia, sulle note di incommensurabile bellezza di “Desdemona” di Otello. Woody Allen sembra così voler anche indicare che l’opera è la forma musicale più completa per rappresentare l’umanità nella sua essenza: passione e dramma, come nella immensa composizione verdiana. Non a caso, in tutto il film, tutte le scene di più dolce espressione amorosa e perfino la scena del matrimonio in Chiesa sono sottolineate,al contrario,da una canzonetta napoletana,un po’ stile operetta, quasi a significare l’irrilevanza o quantomeno la “leggerezza” di tali momenti nella vera essenza dell’esistenza umana. In breve dopo la visione del film ti sembra quanto mai attuale un famoso aforisma di Eraclito: “il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi: il regno di un fanciullo”.



Associazione Enrico Bianchi

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