NON FERMARSI AI FANNULLONI PER MIGLIORARE LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE di Antonio Pileggi. Annunciando il licenziamento dei fannulloni dalla pubblica amministrazione, il nuovo ministro Renato Brunetta ha certamente indicato un proposito condivisibile, ma il miglioramento della pubblica amministrazione ha bisogno di interventi ben più estesi e significativi. Leggendo l’elaborazione dei conti consuntivi dei Comuni, pubblicata proprio in questi giorni, si ridimensionano alcuni luoghi comuni e si individuano interessanti spunti d’azione. Dai dati emerge che la spesa per il personale dei Comuni, rispetto alle entrate, è mediamente pari al 32,9% . L’incidenza più alta si ha, di norma, nelle regioni del mezzogiorno (in Sicilia +7,5% della media nazionale). Se prendiamo il costo complessivo per il personale di tutti i Comuni d’Italia, abbiamo che la spesa del sud incide del 33,2%, il centro del 21,6%, il nord-ovest per il 25,7%, il nord-est per il 19,5%. Siccome è acclarato che, mediamente, i servizi forniti nel centro e nel nord sono superiori, in qualità e quantità, rispetto al sud, ne discendono due considerazioni. Intanto appare poco sostenibile il teorema, per cui a più spese per il personale corrispondono più servizi. In altri termini, non c’è alcun automatismo fra riduzione della spesa per il personale e contrazione, in qualità e quantità, delle prestazioni pubbliche. La seconda considerazione è che esistono evidenti margini di recupero di efficienza e di riduzione degli sprechi. La politica ha delle evidenti responsabilità. La responsabilità più grande, specialmente e soprattutto per il centro sinistra, è quella di non aver pienamente dispiegato quella “sussidiarietà” orizzontale, che costituisce una delle più importanti innovazioni (introdotte proprio dal centro sinistra) nella tanto citata (quanto poco compresa) riforma del titolo V della Costituzione. Tornando ai Consuntivi dei Comuni, un altro dato interessante è quello dei trasferimenti e dei contributi che pervengono ai Comuni dallo Stato o altri soggetti, cioè che non provengono da entrate proprie. Ai Comuni delle regioni meridionali arriva il 54,1% di queste risorse, mentre alle regioni centrali tocca il 15,1%. Rispetto all’anno precedente, al sud sono giunte risorse aggiuntive del 3%, al centro ne sono giunte di meno per circa il 2,7%. Nel nord, di fatto, gli unici trasferimenti significativi riguardano le regioni a statuto speciale, per evidenti ragioni costituzionali. Da questo insieme di informazioni ricaviamo un'altra utile indicazione di lavoro. Il problema dei Comuni meridionali non sembra quello delle scarse risorse trasferite, ma essenzialmente“come” quelle risorse sono spese. Allora sarebbe il caso che la politica accelerasse davvero sul federalismo fiscale, prevedendo adeguate forme di solidarietà e di sostegno per i Comuni più poveri e strutturalmente in difficoltà. Ma la solidarietà dovrebbe essere condizionata a precisi standard di servizi da fornire ai cittadini. Se quei livelli di prestazioni non vengono raggiunti, o si cambia chi male amministra o si sospendono i trasferimenti. Insomma, solidarietà ma legata a filo doppio con la responsabilità. Così facendo si recupererebbero spazi per migliorare i servizi e risparmiare, evitando così le generiche condanne dei pubblici dipendenti o, come avviene spesso, degli enti locali, come se fossero tutti amministrati allo stesso modo.
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