SULLE ESTERNALIZZAZIONI DEI SERVIZI COMUNALI Il recente intervento sulle esternalizzazione dei servizi comunali, a cura di Andrea Matteini, segretario provinciale CGIL funzione pubblica, merita attenzione e, probabilmente, richiederebbe un attento approfondimento in sede politica. Ha ragione Matteini, quando esprime riserve sul fatto che esternalizzare i servizi costi sempre e necessariamente meno della gestione diretta da parte del Comune. Però, non è certo neppure il contrario. La verità è che il nostro paese non ha un efficace sistema di misurazione e comparazione dei servizi (benchmarking), perciò è difficile avere certezze assolute in un senso o nell’altro. Anche se va aggiunto che i dati sulle esternalizzazioni dei servizi (soprattutto nella forma della aziendalizzazione), pur fra tante contraddizioni, evidenziano, tuttavia, un aumento complessivo di efficienza e di “ricchezza” per la collettività di riferimento. Personalmente, poi, sono anche convinto che la riflessione sulle esternalizzazioni non debba partire dagli aspetti economici. Occorre partire da un ragionamento su quali e quanti servizi il Comune deve soddisfare. Ciò che un Comune fa dipende anche da quali sono gli obiettivi delle forze politiche che lo amministrano. E’ assolutamente legittimo che al cambiare di maggioranze possano cambiare le priorità di governo. Conseguenza di questo ragionamento è che la struttura comunale non può essere rigida, ma capace di adattarsi al modificarsi dei bisogni e degli obiettivi di governo. Ho ben presente una possibile critica a questo ragionare. Rischiamo un Comune organizzativamente friabile ed instabile. A questo rischio si risponde lavorando sulla strada, che lo stesso Matteini, incidentalmente, abbozza: cioè distinguendo fra servizi fondamentali e non fondamentali. I primi dovrebbero essere comunque garantiti , qualunque sia la maggioranza di governo. Per fornire queste tipologie di servizi dovrebbe essere impostata una struttura organizzativa stabile, non precaria e non temporanea. Per i servizi non fondamentali, invece, si dovrebbe ragionare di strutture non consolidate, legate a tempi ed obiettivi, anche di un solo mandato amministrativo. Esternalizzare o meno i servizi, quindi, diventerebbe una scelta diversa, a seconda dei due tipi di servizi da garantire. In quel contesto dovrebbero essere considerate anche le motivazioni economiche. Rimane il punto di quali siano i servizi fondamentali. Un disegno di legge governativo sta cercando di identificarli. Sono convinto che, in assenza o in predicato, di criteri nazionali (sulla cui opportunità nutro dubbi) i Comuni potrebbero identificare le tipologie dei servizi fondamentali all’interno dello statuto, sulla base di maggioranze qualificate. La riorganizzazione dei Comuni dovrebbe partire da qui. Un paio di riflessioni a margine. Com’è costume nel nostro paese, dopo la “moda” delle esternalizzazioni-aziendalizzazioni come panacea di ogni disagio organizzativo, mi sembra si sia passati alla “moda” del considerare le aziendalizzazioni e/o esternalizzazioni un errore di per sé, riproponendo la cosiddetta reinternalizzazione dei servizi. Insomma: siamo tornati al “pubblico è bello”. Mi permetto, allora, di ricordare che la Costituzione riformata dal centro sinistra, ha indicato nella cosiddetta “sussidiarietà orizzontale” (qualcuno se lo ricorda?) la modalità prima di organizzazione dei servizi e delle funzioni pubbliche. Nell’obiettivo di favorire e valorizzare la capacità di autorganizzazione del privato, la Costituzione propone un procedere che vede il pubblico individuare e programmare i bisogni, verificando prioritariamente se la società, nelle sue diverse articolazioni, esprima soggetti in grado di assumersi l’organizzazione di quelle risposte. Al pubblico, quindi, resta il ruolo fondamentale della programmazione e della “gestione senza gestori”. L’altra faccia dell’impegno pubblico è la capacità di controllare e verificare efficienza ed efficacia dei servizi gestiti da terzi. Qui sta in verità il vero limite delle aziendalizzazioni e/o esternalizzazioni ad oggi. Gli enti pubblici non si sono dotati di competenze ed esperienze in grado di valutare le politiche industriale delle aziende partecipate, i risultati operativi delle esternalizzazioni, la qualità delle prestazioni. Su questo terreno dovrebbero concentrarsi attenzione e risorse. Di queste priorità dovrebbero vedersi tracce significative nei piani della formazione e delle assunzioni approvate dagli enti locali. Dovrebbero, ma ancora non si apprezzano. Mi pare che, in molti, oggi si privilegi la via del rimettere tutto in discussione, proponendo semmai qualche accorpamento territoriale, ma restando alla dimensione di servizi comunali, gestiti in economia. Non è una soluzione certamente disprezzabile, di per sé, pregiudizialmente, ma starei attento a farne la chiave di volta per risolvere ogni problema di efficienza e qualità delle prestazioni. Resta sempre, sul tavolo della discussione, il problema non secondario di trovare soluzioni in grado di introdurre semplificazione e flessibilità organizzativa. Difficile che, per servizi tipicamente industriali, flessibilità e semplificazioni si possano ritrovare dentro il diritto amministrativo, che, comunque, è, e deve essere, un insieme di regole formali, di procedure standardizzate, di verifiche continue. Dott. Antonio Pileggi Direttore Generale del Comune di Pescia Consiglio la lettura del seguente articolo, contenuto nella sezione attività locale (politica locale) del nuovo sito (www.lucaiozzelli.com) : Matteini (CGIL): stop alle esternalizzazioni comunali.
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