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Il PD e il riformismo timido

Antonio Pileggi è l'autore di questo lucido intervento sul futuro politico del Partito Democratico. Ringrazio Antonio dell'attenzione che rivolge alle mie newsletter e per le belle parole nei miei confronti.

IL PD ED IL RIFORMISMO TIMIDO

Dobbiamo essere grati a Luca Iozzelli, perché, con il suo sito e la newsletter, ci fornisce una aggiornata biblioteca di stimoli ed idee, su cui teoricamente potrebbe davvero costruirsi un partito riformista moderno, come molti vorrebbero il Partito Democratico. In questi giorni, ci ha sottoposto agli stimoli di un “moderato” riformista come Padoa Schioppa e di un democratico come Obama. Quello che colpisce degli scritti di costoro è la pacata radicalità delle affermazioni; è la capacità di andare oltre l’esistente; quel virtuoso “cercare di toccare il cielo”, che un poco apprezzato eterodosso pensatore marxista sollecitava qualche decennio or sono. Il problema ovviamente non è quello di riproporre fallimentari “società ideali” e rilanciare letture finalistiche della storia. Con tutta la gradualità e moderazione che vogliamo, tuttavia il riformismo ha un senso se assume il cambiamento dell’esistente, per superare le ingiustizie sociali, come suo fondamento e, di conseguenza, non ci sarà cambiamento che non produca tensioni e fratture, che non abbia bisogno di coraggio. E’ vero che Tommasi di Lampedusa ha scritto un mirabile affresco sul riformismo italico del cambiamento che non cambia; ma è esattamente questo “ chiassoso movimento”, che proclama e non trasforma, l’essenza del “berlusconismo”. Se dovessi indicare in una espressione, che cosa non convince della sfida in corso per la segreteria del PD, è proprio la mancanza del coraggio di dire l’indicibile, di proporre un progetto che, con pacatezza e con la necessaria gradualità, sappia porre in discussione il senso comune, che sappia rappresentare ai cittadini la necessità di andare oltre le certezze consolidate. Invece, quel che il PD offre, troppo spesso, è il solito refrain di critiche a Berlusconi, tutte giocate di rimessa e poco capaci di indicare alternative radicali e credibili, ovvero credibili perché radicali. Vorrei fare almeno tre esempi di ciò che voglio dire, pescando dalla cronaca recente. Il Tar del Lazio ha stabilito che non è corretto considerare oggetto di valutazione del profitto scolastico l’insegnamento di religione. Ancora una volta – come nel caso Englaro – la magistratura ha dato un cristallino esempio di cosa sia la laicità praticata e non timidamente proclamata. Se qualcuno – prima di criticarla- avesse letto la sentenza , vi avrebbe trovato anche una laica difesa del valore della scelta religiosa; una valore così alto da non poterlo misurare e contabilizzare come una qualsiasi materia scolastica. Eppure, dal PD o si sono sentiti silenzi oppure chi ha parlato – in questi casi pare che non valga il principio del rispetto delle sentenze –lo ha fatto in sintonia con il centro-destra, ma, soprattutto, con argomenti ben poco laici e coraggiosi. Secondo esempio. Da mesi, sotto il peso delle contraddizioni del governo Berlusconi – costruito sul doppio ed ambiguo patto, che tiene insieme Lega Nord e poteri siciliani -, si discute di come rilanciare il sud. Di fronte ad un Lombardo o Miccichè, che riducono il problema del sud all’avere più soldi ed un Berlusconi che accetta, il PD attesta la sua posizione nel contestare il fatto che i soldi promessi ci siano davvero. Invece, la lettura di qualsiasi statistica, ma basta una lettura onesta della realtà , ci dicono che il primo problema del sud è il fallimento di una classe dirigente (purtroppo in tanta parte anche di centrosinistra), che non ha saputo spendere con efficienza, che, troppo spesso, volente o nolente, ha alimentato il circuito vizioso soldi-clientele-voti. In questo stato di cose, perciò, la priorità sarebbe un forte ricambio di classe dirigente e l’affermazione del principio,per cui alla necessaria solidarietà per il sud dovrebbe corrispondere la conseguente responsabilità di chi amministra. In altri termini, ai trasferimenti di risorse dovrebbero corrispondere rigidi indicatori di risultato, superati i quali non si proceda a sanatorie,ma si agisca con penalizzazioni per chi ha male speso. Ma nella discussione non c’è traccia alcuna, né a destra né a sinistra, di questo modo “radicale” di ragionare sul tema. Anche in questo caso, quindi, nell’atteggiarsi del PD non c’è alcun significativo segnale di un riformismo, che rompa assetti consolidati ed inefficienti, per produrre nuovi scenari di governo, mettendo in discussione anche se stessi ed i propri documentati limiti, nell’amministrare gran parte del meridione. Nel mio ultimo esempio del coraggio riformista che non c’è, vorrei partire da un recentissimo articolo di Padoa Schioppa sul Corriere della sera. Dissertando da par suo sulla crisi mondiale, l’economista si chiede se la classe dirigente del paese (ma io penso si rivolgesse soprattutto al PD) avrà il coraggio di dire a cittadini ciò che va detto e cioè che dalla crisi si deve uscire cambiando molto del nostro modo di vita, perché sono i paesi poveri che devono svilupparsi e crescere, mentre quelli ricchi non possono più permetterselo. Di contro,nel nostro (noioso) quotidiano dibattito sulla crisi, assistiamo al seguente schema: Berlusconi che invita i cittadini a tornare a consumare per aiutare la ripresa, il PD che ricorda come, per consumare e spendere, ci vorrebbero soldi che le famiglie non hanno. Certamente quella critica è giusta e doverosa, ma non indica un percorso, un progetto di coraggioso riformismo. Non c’è nessuna radicalità in quel ragionare; men che meno c’è traccia del necessario coraggio di dire l’indicibile, proponendo un modello di sviluppo, che sposti il suo asse dai consumi individuali a quelli collettivi, dalla quantità alla qualità. Anche in questo caso, il Partito Democratico preferisce i lidi sicuri, ancorché limacciosi, del presente così com’è, alla sfida, in mare aperto, di un futuro diverso e tutto da costruire. Con gli esempi mi fermo qui, lasciando aperta la domanda, che poi è la sostanza di questo mio intervento. Ma un riformismo poco coraggioso, timido, può dirsi riformismo? 



Associazione Enrico Bianchi

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