PRIMA RIFLESSIONE SULLA BIOGRAFIA DI STEVE JOBS DI WALTER ISAACSON: LA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA
Non mi sono mai piaciute le biografie, specie se voluminose come quella di Walter Isaacson su Steve Jobs (pag. 608). Ma avevo letto che l’autore, che peraltro è un prestigioso giornalista, (ex caporedattore di Time, ex amministratore delegato e presidente della CNN – autore di note biografie su Einstein, Kissinger, Franklin) aveva più volte negata la sua disponibilità alle sollecitazioni che Jobs gli aveva fatto di scrivere una biografia su di lui, fino a quando ricevette nel 2009 una telefonata dalla moglie che gli aveva testualmente detto : “Se hai intenzione di scrivere un libro su Steve, sarà meglio lo faccia subito”.
E quindi Walter Isaacson assume l’impegno di raccontare la vita dell’amministratore delegato di Apple: “ decisi allora di scrivere il libro. Jobs mi stupì accettando subito di non aver alcun controllo su di esso, nemmeno il diritto di vederlo prima”. “E’ il suo libro”, disse Jobs. “Non lo leggerò nemmeno”.
Come mai l’ America è il paese più avanzato nel mondo dal punto di vista delle nuove tecnologie? Qual’è stato il contesto politico, culturale, sociale nel quale la rivoluzione informatica si è concretizzata? Perché gran parte di quella incredibile trasformazione ha avuto come epicentro la cosiddetta Silicon Valley?
Forse è opportuno riportare alla memoria alcune date: il 22 novembre 1963 viene ucciso John Fitzgerald Kennedy, il Presidente della “Nuova frontiera”, nello stesso anno esce l’album di Bob Dylan “the times they are a changing’, il 7 agosto 1964 con la cosiddetta Risoluzione del Golfo del Tonchino gli Usa sostanzialmente entrano in guerra in Vietnam, il 4 aprile 1968 viene ucciso Martin Luther King, il 6 giugno viene assassinato Robert Kennedy, il 15 agosto 1969 inizia la tre giorni del Woodstock festival, naturale epilogo del cosiddetto movimento hippy, quello “dei figli dei fiori” che affondava le proprie origini nella cosiddetta beat generation, movimento culturale nato nei primi anni 50 per opera, fra gli altri, di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs.
Nel 1951 un lungimirante preside della facoltà di ingegneria dell’ Università di Standford, Frederick Terman, aveva creato su tre chilometri quadrati di proprietà dell’università un parco industriale da destinare ad aziende private che commercializzassero idee degli studenti della Standford. In effetti alcune grandi aziende americane furono “attirate” dal progetto fin dall’inizio: Varian Associates, Hewlett-Packard, General Electric e Lockheed stabilirono alcune delle loro sedi in detto parco.
La tecnologia più importante per lo sviluppo della regione fu quella dei semiconduttori: nel 1968 Robert Noyce e Gordon Moore fondarono Intel e il primo dipendente della loro azienda fu Andrew Grove, che successivamente negli anni 80 darà grande impulso all’azienda facendola passare dalla produzione di chip di memoria a quella di microprocessori.
Sottolinea Walter Isaacson nel suo libro che negli ultimi anni sessanta, a San Francisco e nella Silicon Valley, confluirono varie correnti culturali. C’era la rivoluzione tecnologica, iniziata con il boom degli appaltatori della Difesa, che giunse presto a includere aziende elettroniche, produttori di microchip, progettisti di videogiochi e industrie informatiche. C'erano gli hacker, i patiti dell’informatica, anche ingegneri che lavoravo nelle grandi aziende del settore presenti sul territorio, che non si conformavano ai modelli informatici esistenti ed a casa “trasformavano” l’hardware e elaboravano nuovi programmi. Tutto ciò conviveva con gruppi semiaccademici che studiavano, anche su di sè, gli effetti dell’ LSD e che comprendevano persone come Doug Engelbart (che in seguito avrebbe inventato il mouse e le interfacce grafiche utenti), con il movimento Hippy, con i vari movimenti di autorealizzazione che perseguivano un percorso di illuminazione personale, attraverso lo zen e l’induismo, la meditazione e lo Yoga, ecc.
Scrive ancora l’autore che “all’inizio tecnologi e hippy non si interfacciarono bene. Molti esponenti della controcultura consideravano i computer sinistri e orwelliani, la provincia del Pentagono e della Struttura del Potere…..ma “nei primi anni sessanta l’atteggiamento mentale a poco a poco cambiò”. Nel 1968 nell’editoriale del primo numero della rivista “Whole Earth Catalog” (citata, non a caso, da Jobs nel suo celebre discorso all’università di Standford) Stewart Brand scrisse che “ si sta sviluppando un humus favorevole al potere interiore e personale, il potere dell’individuo di gestire la propria istruzione, trovare la propria ispirazione, forgiare il proprio ambiente e condividere l’avventura con chiunque sia interessato a farlo”.
E dunque l’ America degli anni 60 e 70 sembra essere caratterizzata, per quanto interessa in questa riflessione, da alcuni elementi di fondo:
1) Una cultura alternativa a quella esistente che da una parte si faceva carico delle forti contraddizioni presenti nel paese a livello sociale, (si pensi allo sviluppo in quegli anni dei movimenti di tutela dei diritti umani, in particolare dei neri), ma che comunque riaffermava con forza il valore dell’individuo, e del suo diritto all’autoaffermazione e alla soddisfazione dei propri desideri;
2) Una cultura giovanile che affondava le proprie origini in solidi movimenti culturali (al di là quindi delle facili caricature effettuate ex post ad esempio del movimento hippy) disponibile ed anzi interessata a confrontarsi con altre culture e modelli di pensiero (si veda l’attenzione all’oriente in particolare all’India);
3) Un mondo universitario e parauniversitario estremamente vivace e non solo sensibile ai movimenti pacifisti e di rivendicazione dei diritti civili, ma anche attento e strettamente collegato alle frontiere delle nuove scoperte tecnologiche.
L’insieme di detti elementi rappresentano quel grumo di tendenze sociali e culturali contraddittorie ma, allo stesso tempo fortemente creative ed accompagnate dalla necessità di nuove conoscenze, all’interno del quale si forma Steve Jobs e nascerà Apple, la più grande impresa, in termini di capitalizzazione di borsa della stessa, esistente oggi nel mondo.
La storia sopra richiamata mi sembra ponga in evidenza quanti siano stati i fattori necessari per dar vita alla rivoluzione tecnologica nella quale anche noi oggi continuiamo ad essere immersi e, allo stesso tempo, come quella incredibile trasformazione abbia richiesto decenni, pur in un mondo estremamente “veloce e accelerato”, per potersi dispiegare.
Tutto ciò dovrebbe portare, anche nel nostro paese e pure a livello locale, ad una riflessione su che cosa significhi “ricerca avanzata” nel settore industriale o quantomeno quali possano essere le linee guida da seguire per mettere in atto trasformazioni tali da consentire alle aziende presenti nel nostro paese il trasferimento tecnologico necessario per rimanere concorrenziali e coprire il gap di conoscenza esistente.
Ho inserito nella Rubrica RS Economia del sito due interessanti articoli di Guido Rossi e Federico Rampini che affrontano le tematiche dei debiti sovrani da due diversi punti di vista.
Ultime notizie
Il discorso di Bruce Springsteen in memoria di Clarence Clemons
Newsletter n. 102 del 2 luglio 2011
CLARENCE ...
Newsletter n. 102 del 2 luglio 2011
CLARENCE CLEMONS E BRUCE SPRINGSTEEN
Il 18 giugno 2011 è morto Clarence Clemons, sax della E Street Band fin dalla sua costituzione nel 1972. Di seguito il discorso che Bruce Springsteen ha fatto in onore del suo amico scomparso.
Sono rimasto qui seduto ad ascoltare tutti parlare di Clarence e a guardare quella foto di noi due che c'è là. E' una foto di Scooter e Big Man, personaggi che qualche volta eravamo. Come potete vedere in quella foto, Clarence si sta ammirando i muscoli e io fingo “nonchalance” mentre mi appoggio a lui. Mi sono appoggiato molto a Clarence; in un certo senso, ci ho costruito sopra una carriera.
Quelli di noi che hanno condiviso la vita di Clarence, hanno condiviso con lui il suo affetto e la sua confusione. Nonostante Clarence si fosse addolcito con l'età, era sempre in movimento, una cavalcata selvaggia e imprevedibile. Oggi vedo seduti qui i suoi figli Nicky, Chuck, Christopher, e Jarod e vedo riflesse in loro molte delle qualità di Clarence. Vedo la sua luce, la sua oscurità, la sua dolcezza, la sua asprezza, la sua gentilezza, la sua rabbia, il suo talento, la sua bellezza, la sua bontà.
Ma, come ragazzi voi sapete, vostro padre non era una passeggiata. Clarence ha vissuto una vita in cui ha fatto ciò che voleva fare, e a lasciato cadere i frammenti, umani o di altro genere dietro di sè. Come molti di noi vostro papà era capace di momenti di grande magia, ma anche di combinare un discreto casino. Questa era, semplicemente, la natura di vostro padre e del mio fantastico amico. L'amore incondizionato di Clarence, che era molto sincero, si esprimeva ad un sacco di condizioni. Vostro padre era come un grande cantiere, e c’erano sempre lavori in corso. Clarence non faceva mai nulla in modo lineare, la vita per lui non procedeva mai in linea retta. Non passava mai da A, B, C, D... era sempre una cosa come A... J... C... Z... Q... I...! Questo e' stato il modo in cui Clarence ha vissuto e si e' fatto strada nel mondo. So che ciò può generare molta confusione e dolore, ma vostro padre aveva in sé anche molto amore, e io so che amava molto ognuno di voi.
Ci voleva un sacco di gente per occuparsi di Clarence Clemons. Tina, sono così felice che tu sia qui. Grazie per esserti presa cura del mio amico, per avergli voluto bene. Victoria, sei stata una moglie amorevole, gentile e affettuosa per Clarence e hai fatto una grande differenza nella sua vita, in un periodo in cui le cose non andavano troppo bene. A tutti coloro che hanno fatto parte del gruppo di persone che hanno aiutato Clarence , i cui nomi sono troppo numerosi per essere menzionati tutti: voi sapete chi siete e vi ringrazio. Il vostro premio vi attende alle porte del Paradiso.
Il mio amico era un osso duro, ma ha portato nella vostra vita alcune cose che erano uniche e quando accendeva quella sua luce d'amore, illuminava il vostro mondo. Io ho avuto la fortuna di godere di quella luce per quarant'anni, vicino al cuore di Clarence, nel Tempio dell’anima.
E ora un po’ di ricordi: fin dai primi tempi in cui io e Clarence abbiamo viaggiato insieme, quando si arrivava all'albergo della serata, nel giro di pochi minuti lui aveva trasformato la sua camera in un mondo a parte. Tirava fuori le sciarpe colorate con cui coprire le lampade, le candele profumate, l'incenso, l'olio patchouli, le erbe; la musica e il giorno in giro venivano messi da parte, il divertimento andava e veniva e Clarence lo sciamano regnava e faceva le sue magie, notte dopo notte. La capacità di Clarence di divertirsi era incredibile. A 69 anni se l’era passata alla grande, perchè aveva già vissuto almeno una decina di vite, 690 anni della vita di un uomo medio. Ogni notte, ovunque, dalla valigia di Clarence uscivano le magie. Quando il nostro successo glielo permise, anche il suo camerino si trasformava nello stesso modo delle sue camere d'albergo e una visita in quella stanza era come un viaggio in una nazione sovrana e indipendente che avesse appena scoperto un giacimento enorme di petrolio.
Clarence ha sempre saputo come vivere. Quando Prince metteva ancora il pannolino, un'aria di misticismo licenzioso già regnava nel mondo del Big Man. Arrivavo dal mio camerino, che conteneva qualche bel sofà e armadietti da spogliatoio, e mi chiedevo "ma cos'ho sbagliato!".
Col tempo, tutto cio' fu battezzato Temple of Soul, e Clarence presiedeva sorridente sui suoi segreti e i suoi piaceri. Essere ammessi alla presenza delle meraviglie del Tempio era delizioso. Da piccolo, mio figlio Sam era rimasto incantato dal Big Man. Non c’è da meravigliarsi: per un bambino, Clarence era un'enorme figura fiabesca, uscita da qualche libro di favole esotiche. Era un gigante con le treccine rasta, con grandi mani e una voce profonda e melliflua addolcita da gentilezza e rispetto. E per Sammy, che era solo un piccolo ragazzino bianco, lui era profondamente e misteriosamente nero. Negli occhi di Sammy, Clarence probabilmente appariva come l'intero continente africano, reinterpretato attraverso la cultura americana e preparato come una figura amorevole e accogliente. Quindi... Sammy lasciò perdere le mie camicie da lavoro e divenne affascinato dai vestiti di Clarence e dai suoi abiti regali. Rifiutò il posto nel furgone di papa' e optò per la limousine di Clarence , sedendosi al suo fianco nel lento percorso verso il luogo del concerto. Decise che cenare davanti al pub della sua città d’origine non gli interessava più e si allontanò bighellonando per scomparire nel Tempio dell’Anima.
Naturalmente, anche il papà di Sam era rimasto incantato, dalla prima volta in cui ho visto il mio compare uscire a passo lungo e deciso dalle ombre di un bar mezzo vuoto di Asbury Park, con la strada che si apriva di fronte a lui; ecco il mio fratello, ecco il mio sassofonista, la mia ispirazione, il mio compagno, l'amico di una vita.
Stare a fianco di Clarence era come stare a fianco del più forte del pianeta. Ti sentivi orgoglioso, forte, eccitato e ridevi a cosa sarebbe potuto succedere, a cosa, insieme, sareste stati capaci di fare. Ti sentivi come se quello che portava il giorno o la notte non importasse niente, niente di poteva toccare. Clarence poteva essere un uomo fragile ma emanava energia e sicurezza, e in qualche strano modo diventammo l’uno il protettore dell’altro.
Credo che forse io ho protetto Clarence da un mondo dove non era ancora così facile essere grande e nero. Il razzismo era sempre presente e attraverso gli anni insieme, lo abbiamo sperimentato. La fama e la stazza di Clarence non lo rendevano immune. Credo che forse Clarence mi ha protetto da un mondo dove non era nemmeno così facile essere un ragazzo bianco, insicuro, strano e magrolino. Ma insieme eravamo dei duri, ogni notte, nel nostro campo, i più duri del pianeta. Eravamo uniti, eravamo forti, eravamo i giusti, inamovibili, divertenti, sdolcinati nel peggiore dei modi e seri come la morte. E stavamo arrivando nella tua città per scuoterla e darti una svegliata. Insieme, raccontavamo una storia più vecchia e ricca di noi, la storia delle possibilità offerte dall'amicizia che andava al di là di quelle che avrei scritto nelle mie canzoni. Clarence se la portava nel cuore. Era una storia dove Scooter e Big Man non solo spaccavano la città in due, ma spaccavano anche i culi e ricostruivano la città, dandole la forma di un posto dove la nostra amicizia non sarebbe stata così un’anomalia.
E questo... questo è ciò che mi mancherà. La possibilità di rinnovare quella promessa e rivivere quella storia ogni sera, perchè questo è qualcosa, questo è la cosa che abbiamo fatto insieme... noi due. Clarence era grande, e mi faceva sentire, pensare e amare, e sognare in grande. Quant'era big il Big Man? Fottutamente troppo big per morire. E questi sono i fatti nudi e crudi. Potete scriverlo sulla sua lapide, potete tatuarvelo sul cuore. Accettatelo... e' il Nuovo Mondo.
Clarence, morendo, non lascia la E Street Band. La lascerà quando moriremo tutti noi della E Street Band. Quindi, mi mancherà il mio amico, il suo sax, la forza della natura che era il suo sound, la sua gloria, la sua pazzia, i suoi successi, la sua faccia,le sue mani, il suo umorismo, la sua pelle, il suo chiasso, la sua confusione, la sua forza, la sua pace. Ma il suo amore e la sua storia, la storia che mi ha donato, che mi ha sussurrato nell'orecchio, che mi ha permesso di raccontare, che ha dato a voi... quella storia continuerà a esistere.
Non sono un tipo mistico, ma l’influenza, il mistero e l’energia di Clarence e la mia amicizia mi portano a credere che dobbiamo essere stati già insieme in altri, più antichi tempi, lungo altri fiumi, in altre città, in altri campagne facendo la nostra piccola parte nel lavorio di Dio... un lavorio che non è ancora completo. Quindi non dirò addio al mio fratello, dirò semplicemente, ci vediamo nella prossima vita, più avanti sulla strada, dove riprenderemo quel lavorio e lo completeremo. Big Man, grazie per la tua gentilezza, la tua forza, la tua perseveranza, il tuo lavoro, la tua storia. Grazie per il miracolo... e per aver permesso a un ragazzino bianco di intrufolarsi nell'ingresso secondario del Temple of Soul. E QUINDI LADIES AND GENTLEMAN... SEMPRE PER ULTIMO MA MAI TRA GLI ULTIMI. FATEVI SENTIRE PER IL MASTER OF DISASTER, IL BIG KAHUNA, L'UOMO CON UNA LAUREA IN SAXUAL HEALING, IL DUKE OF PADUKA, IL RE DEL MONDO, STA' ATTENTO OBAMA! IL PROSSIMO PRESIDENTE NERO DEGLI STATI UNITI NONOSTANTE SIA MORTO... VORRESTI ESSERE COME LUI MA NON CE LA PUOI FARE! SIGNORE E SIGNORI, THE BIGGEST MAN YOU'VE EVER SEEN! DATEMI UNA C - L - A - R - E - N - C - E. COME SI PRONUNCIA? CLARENCE! COME SI PRONUNCIA? CLARENCE! COME SI PRONUNCIA? CLARENCE! ...amen. E concludo oggi con una citazione dello stesso Big Man, che ha condiviso con me sul viaggio in aereo dopo l'ultimo show dello scorso tour, da Buffalo. Mentre festeggiavamo nella cabina congratulandoci a vicenda e raccontandoci le storie dei tanti epici concerti, notti rock e bei momenti che avevamo condiviso, Clarence si è seduto tranquillo, assorbendo tutti i racconti, poi ha alzato gli occhiali, ha sorriso, e ha detto a tutti quanti: "Questo potrebbe essere l'inizio di qualcosa di grande". Ti vogliamo bene, Clarence.
Autore : Luca Iozzelli
19/01/2012 - 12:22
Le dimissioni di Steve Jobs
Newsletter n. 103 del 25 agosto 2011
STEVE J ...
Newsletter n. 103 del 25 agosto 2011
STEVE JOBS SI E’ DIMESSO DA AMMINISTRATORE DELEGATO DI APPLE
Con poche ed essenziali parole, Steve Jobs si è dimesso ieri dalla carica di Amministratore Delegato di Apple inviando “al Consiglio di amministrazione ….e alla comunità di Apple la seguente lettera: “Al Consiglio di amministrazione di Apple e alla comunità Apple: Ho sempre detto che se mai fosse venuto un giorno in cui non avrei più potuto svolgere i miei doveri e compiti come a.d. di Apple, sarei stato il primo a farvelo sapere. Purtroppo, quel giorno è arrivato. Con la presente mi dimetto da a.d. di Apple. Vorrei servire, se il consiglio lo riterrà, come presidente e membro del consiglio, e dipendente Apple. Per quanto riguarda il mio successore, raccomando decisamente che eseguiamo il nostro piano di successione e nominiamo Tim Cook amministratore delegato di Apple. Ritengo che i giorni più brillanti e innovativi di Apple le siano davanti. E aspetto con ansia di vederli, e di contribuire al suo successo in un nuovo ruolo. Ho incontrato alcuni dei migliori amici della mia vita ad Apple, e vi ringrazio per i molti anni in cui ho potuto lavorare al vostro fianco. Steve".
Per chi non lo avesse mai fatto raccomando la visione del seguente discorso del Fondatore dell’azienda di Cupertino:
La fontana di Daniel Buren a Villa La Magia e “what’s it all about” di Pat Metheney.
Chissà perché, in una notte
stellata di questa ...
Chissà perché, in una notte stellata di questa strana estate - in una prima fase presentatasi mite e poi incredibilmente torrida - mi è venuta voglia di riascoltare, con il mio fedele ed incomparabile Iphone, l’ultima eccezionale produzione di Pat Metheny (“what’s it all about”) a Villa La Magia, nello spazio che ha accolto l’installazione di Daniel Buren, inaugurata da pochi mesi.
Ma questa è stata un’estate particolare non solo dal punto di vista meteorologico, ma anche per quello che è accaduto e sta avvenendo a livello planetario: la crisi economica – finanziaria globale che sta nuovamente scuotendo il sistema capitalistico globalizzato con il nostro paese in grave difficoltà tanto da temere seriamente per il futuro, le ribellioni e le guerre scatenatesi nel medio oriente, con le drammatiche immagini dei bombardamenti, di civili uccisi, di eserciti che sparano sugli stessi popoli che dovrebbero difendere……
Tutti questi pensieri hanno affollato la mia mente in queste ultime settimane, pensieri che è estremamente difficile “mettere in fila” utilizzando l’unico strumento che madre natura ci ha consegnato: il nostro cervello sempre alla ricerca di una logica, di un’interpretazione razionale dei fatti che accadono.
Perciò è stato forse quel sottile ma continuo malessere che avverti dentro di te quando ciò che ti circonda è difficile da interpretare con gli strumenti che hai a disposizione, a farmi ritornare in quel “luogo”, prima infatti era uno spazio fra i tanti ed ora non lo è più……
Non sono un cultore né un appassionato di arti figurative: mi posso tranquillamente definire un analfabeta in questo campo, così come in molti altri.
Ma mi sono tornate alla mente le polemiche di alcuni mesi fa particolarmente aspre, in considerazione soprattutto del fatto che l’installazione di Buren si trova a poche decine di metri da Villa La Magia, a suo tempo una residenza di caccia dei Medici.
In particolare Vittorio Sgarbi (che di arte se ne intende) ha definito “abominevole l’idea di mettere una fontana di Daniel Buren davanti a un capolavoro mediceo come quello di Villa La Magia di Quarrata” sottolineando che “Il problema è che non si può mettere l’opera di un artista, a mio parere privo di talento, come Daniel Buren davanti a una struttura di eccezionale valore storico e artistico come Villa La Magia. E’ una cosa assolutamente inverosimile, degna di un’epoca come quella che stiamo vivendo, nella quale si stenta a riconoscere il valore artistico di uomini e oggetti e si finisce per mettere tutto insieme all’interno di un unico calderone. Sono davvero sdegnato».
Debbo dire che a me quell’opera, che non è posta davanti a Villa La Magia ma di lato alla stessa, non mi pare offendere la realizzazione medicea e neppure il paesaggio che la circonda: voglio dire che non mi sembra invasiva, anche se è oggettivamente attraente e suggestiva.
L’ ultimo CD di Pat Metheny ripercorre temi sonori composti da tempo da altri, reinterpretandoli con una chitarra acustica baritono, progettata appositamente per lui. Il grande chitarrista americano ha registrato di notte nel suo studio casalingo una serie di canzoni famose al tempo della sua infanzia e adolescenza, molto prima quindi, come Pat Metheny ha teso a sottolineare nelle interviste, di essere capace lui stesso di comporre musica o addirittura suonare uno strumento. E’ cristallino e nitido il suono della chitarra in alcune canzoni, mentre in altre Pat Metheny sembra scegliere la strada di una reinterpretazione dei pezzi che si spinge in territori surreali, suoni che richiamano culture diverse rispetto a quelle che hanno segnato la storia musicale dell’occidente.
E’ pulita, semplice, essenziale, l’opera di Daniel Buren: sei pareti di marmo bianco di Carrara disposte all’interno di un esagono più ampio costituito dalla pavimentazione dell’opera, distaccate fra loro, in modo da lasciare spazio fra l’una e l’altra perché l’occhio possa vedere da diverse angolazioni, in base alla posizione assunta dall’osservatore, squarci del paesaggio circostante.
Al centro degli esagoni sopra indicati una seduta anch’essa esagonale che racchiude una piccola fontana nella quale l’acqua gorgoglia.
L’opera, che lo stesso autore ha voluto definire fontana, non è dunque una fontana usuale, dall’esterno della quale magari potresti notare i giochi d’acqua.
Ci sei al contrario fisicamente - in senso visivo - “immerso” in quella fontana.
Le pareti di marmo disposte dall’artista sono nella parte che dà sul paesaggio circostante perfettamente lisce e ti viene voglia di toccarlo quel bianco marmo di Carrara, mentre all’interno, nella parte che guardi, ci sono delle scanalature nelle quali scorre l’acqua che va placidamente a fermarsi in piccoli stagni ai piedi di quelle pareti. Quelle scanalature sono colorate, alternativamente per ciascuna parete di blu, giallo e rosso. Tale alternanza fa si che le pareti con le scanalature di uguale colore siano una di fronte all’altra.
Ti viene in mente di guardare il cielo stellato per trovare il grande carro che ti aiuta, come hai imparato fin da bambino, ad individuare la stella polare: il nord del mondo. Noti così che sull’asse nord sud c’è il blu, sull’asse nord-ovest sud-est il rosso e in direzione nord- est sud -ovest il giallo.
Ti viene da pensare che forse il blu è lì ad indicare i ghiacci perenni del nostro globo, mentre il giallo e il rosso richiamano alla tua mente il sorgere e il tramontare del sole nei due diversi emisferi. D’altra parte quei tre colori – anche questo l’hai imparato da piccolo alle elementari – sono i “colori base”: con essi, diversamente combinati, potresti formare tutti i colori di un ipotetico arcobaleno.
Continui a sentire il rumore dell’acqua che scorre e che gorgoglia: simbolo forse della vita, ma anche del tempo che avanza inesorabilmente. E pensi se sia stata l’acqua a scavare quelle scanalature o se le stesse siano il simbolo dell’azione dell’uomo che da tempo immemorabile ha incanalato quella preziosa sostanza, essenziale strumento per poter coltivare i campi e perciò far passare l’homo sapiens dalla sua condizione di nomade a quella di abitante di un territorio, di un luogo nel quale vivere e con il quale stabilire un rapporto fecondo…. Ripensi alle poche parole che Buren ha pronunciato a proposito della sua opera il giorno della inaugurazione: “Grazie a tutti, questo mio lavoro adesso è vostro”. E’ così che sulla scia di questi pensieri te ne torni a casa molto più sereno di quando sei arrivato.
Autore : Luca Iozzelli
15/09/2011 - 22:04
STEVE JOBS NELLA NUVOLA
Newsletter n. 101 del 12 giugno 2011
STEVE J ...
Newsletter n. 101 del 12 giugno 2011
STEVE JOBS NELLA NUVOLA
Ho visto recentemente su You Tube la presentazione dell’ultima invenzione di Apple. E’ stato, ancora una volta, Steve Jobs a salire sul palco: in congedo dalla sua azienda per malattia per una rara forma di tumore con la quale combatte dal 2004, smagrito ma come sempre energico quando parla dei prodotti di Apple. "E' complicato e a volte frustrante tenere tutte le informazioni e tutti i contenuti aggiornati su tutti i propri dispositivi," ha spiegato alla platea “iCloud tiene le informazioni e i contenuti più importanti sempre aggiornati su tutti i vostri dispositivi. Avviene tutto in automatico e in wireless, e dato che è un servizio integrato nelle nostre applicazioni, non dovrete neanche pensarci: funziona da solo, semplicemente: it just works". E’ dunque “la nuvola” un nuovo software che faciliterà l’utilizzo dei vari strumenti a disposizione di ogni cliente: personal computer, ipod, iphone, ipad. La storia imprenditoriale di Steve Jobs ha sempre avuto, fin dall’inizio della sua avventura, alcuni obiettivi di fondo. Innanzitutto facilitare al massimo l’utilizzo delle nuove tecnologie. E’ all’interno del progetto Macintosh che Jobs ebbe l’intuizione e la determinazione di imporre la ricerca di un nuovo dispositivo, più intuitivo della tastiera, per impartire ordini al pc: così nacque il mouse che oggi tutti noi utilizziamo con le relative icone sul desktop. Tutto ciò dal punto di vista strettamente aziendalistico significa costruire un’azienda orientata al consumatore, detto in parole più semplici Steve Jobs ha sempre pensato di creare nuovi prodotti che usufruissero delle tecnologie più avanzate, ma che allo stesso tempo, pure lui avrebbe desiderato avere, perché facilmente utilizzabili e anche belli, tali dunque da generare nell’utilizzatore un coinvolgimento emotivo. Ma non è sufficiente per sviluppare prodotti innovativi creare focus group fra i propri clienti. Jobs spesso ama citare una frase a tale proposito di Henry Ford: “Se avessi chiesto ai miei clienti cosa volevano mi avrebbero risposto: un cavallo più veloce”. Secondo Jay Elliot, ex senior Vice Presidente di Apple, “ i grandi innovatori sono mossi da un desiderio di cambiare le cose, di vivere esperienze nuove , migliori e speciali. I product developer come Steve Jobs possiedono l’immaginazione necessaria per visualizzare oggetti nuovi e nuovi stili di vita. E sanno domandarsi: perché no? Mi torna sempre in mente una frase di Robert Kennedy. “Alcuni vedono il mondo com’è e si chiedono: Perché? Io invece sogno cose che non esistono ancora e mi chiedo: Perché no?”. Allo stesso tempo, inoltre, per poter arrivare a immettere sul mercato prodotti di quel tipo è necessario, secondo la filosofia del Ceo di Apple, che l’intera azienda, ogni singolo dipendente, siano convinti che il loro lavoro è necessario ed essenziale per la riuscita del prodotto stesso. Da ciò il superamento della tradizionale struttura gerarchica dell’impresa per arrivare ad un’azienda così descritta dal Ceo di Apple nella conferenza All Things Digital nel 2010: “ Sapete quante divisioni abbiamo in Apple? Nemmeno una. Siamo strutturati come una start-up. Siamo la più grande start-up del pianeta. Ogni giorno da mattina a sera incontro i vari gruppi di lavoro e mi confronto sulle idee e sui problemi, per ideare nuovi prodotti”. E quelle idee che diverranno prodotti innovativi troveranno realizzazione concreta nella azienda stessa: secondo Jobs infatti per creare prodotti validi in campo tecnologico – prodotti che funzionano bene e soddisfano le attese- hardware e software devono essere realizzati direttamente dalla sua impresa. Ancora di più. Debbono essere venduti in esclusiva da negozi Apple, debbono avere un’ assistenza efficace, veloce, affidabile in caso di problemi sia al software che all’hardware: da Cupertino a Pistoia…… Inevitabilmente scrivendo queste riflessioni su un uomo che oggettivamente ha cambiato il nostro modo di vivere inventando un futuro possibile e quindi è intervenuto nella storia dell’intera umanità non ho potuto fare a meno di rivedere il suo discorso ai laureandi dell’Università di Stanford nel 2005. C’è una parte di quel discorso che credo sia una delle cose più belle che abbia letto, destinate ai giovani: “Essendoci passato attraverso, adesso posso parlarvi con un po' più di cognizione di causa di quando la morte per me era solo un concetto astratto Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso, in realtà non vogliono morire per andarci. Ma la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. E così deve essere, perché la morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della vita, è l'agente di cambiamento della vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero un ragazzo, c'era un giornale incredibile che si chiamava 'The Whole Earth Catalog', praticamente una delle bibbie della mia generazione. è stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci aveva messo dentro tutto il suo tocco poetico. E’ stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fatto con macchine per scrivere, forbici e foto Polaroid. è stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di 'The Whole Earth Catalog' e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono l'ultimo numero. Era più o meno la metà degli anni Settanta. Nell'ultima pagina di quel numero finale c'era la fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l'autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c'erano le parole: 'Stay Hungry. Stay Foolish', siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish: io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish”.