Un caro benvenuto a questo incontro a tutti coloro che sono presenti.
Un ringraziamento particolare a tutti quelli che con i loro contributi hanno consentito che L’Associazione Enrico Bianchi nascesse e quindi hanno fatto sì che si sia potuto verificare questo incontro.
Un ringraziamento infine a Umberto Ambrosoli, che con la sua presenza ha reso ancora più preziosa questa iniziativa ed a Sandra Bonsanti che ha accettato di interloquire con l’autore del libro per sollecitare riflessioni sul contenuto dello stesso.
Quella di stasera vuol essere la presentazione alla città della neonata Associazione Enrico Bianchi.
Nella cartella che vi è stata consegnata trovate lo Statuto dell’Associazione.
Partirò descrivendo i punti essenziali dell’organizzazione dell’Associazione così come sono stati individuati dai tre soci Fondatori: Alessandra Ricciarelli, Alessio Colomeiciuc e il sottoscritto.
Abbiamo pensato che viste le qualità intellettuali di Enrico, la sua intensa e seria formazione, i suoi molti interessi che non si esaurivano nelle materie scolastiche, l’oggetto della società dovesse essere essenzialmente incentrato su quella che quando eravamo giovani un frate, Padre Armando Verde, in questo stesso convento, ci ha insegnato dover essere l’impegno centrale dell’intera esistenza: quello della formazione permanente.
Per questo nell’art. 2 abbiamo individuato come principale oggetto dell’Associazione quello di promuovere e sostenere sotto qualsiasi forma l’attività ed i percorsi di formazione o specializzazione di studenti che desiderano dedicarsi o già si dedicano ad attività di ricerca scientifica con particolare riguardo alle scienze economiche, giuridiche, sociali, bio-mediche.
Abbiamo inoltre ritenuto opportuno ipotizzare anche di promuovere studi, indagini, ricerche e pubblicazioni. Per raggiungere tali obiettivi abbiamo ipotizzato come possibili strumenti quelli di dar vita a eventi, iniziative, seminari, convegni, concorsi, conferenze e ricerche su temi di natura economica, politica, sociale e culturale, nonché eventuali pubblicazioni, borse di studio, riconoscimenti o premi in favore di persone distintesi in ambito universitario e scolastico in genere.
La somma complessiva iniziale rappresentante il patrimonio a disposizione dell’associazione è di €. 120.000, ed è stata raccolta sia dalle donazioni ricevute in occasione del matrimonio fra me e Lisa e da noi sollecitate, sia fra amici e parenti di Enrico.
All’art 5 è prevista la possibilità di allargare l’attuale compagine sociale, costituita solo dai soci fondatori, ad altri soci che siano interessati a partecipare attivamente e volontariamente alla vita dell’associazione.
Accanto alla possibilità di partecipare direttamente come soci all’attività dell’Associazione abbiamo previsto l’Albo dei partecipanti diviso in due sezioni:
La prima dei “partecipanti aderenti” composta da coloro che, avendo versato all’inizio una somma per la nascita della associazione vogliano farne parte e perciò inoltrino l’apposita domanda, contenuta nella cartella che vi è stata consegnata.
La seconda dei “partecipanti sostenitori” composta da coloro che vogliono sostenere l’attività annuale dell’Associazione con una somma che è stata stabilita dal Consiglio direttivo da un minimo di €. 100 in su e che presentino apposita domanda anch’essa contenuta nella cartellina.
Ed ora veniamo al motivo vero e fondante della nascita di questa Associazione .
Abbiamo scritto all’inizio dello statuto all’art. 1 che la stessa “ nasce per onorare, in maniera perenne e viva, la memoria di Enrico Bianchi, figlio, amico, marito, studente e professionista esemplare e generoso, prematuramente scomparso lasciando un indelebile ricordo in tutti quelli che lo hanno conosciuto”.
Era difficile anzi impossibile esprimere con le parole quello che è stato Enrico per tutti noi.
Non è possibile infatti esprimere, pur con la nostra bellissima lingua, l’amore fra una madre e suo figlio, l’amore fra una moglie e suo marito, l’amore fra un amico e i molti amici ed una persona speciale come é stata Enrico.
Ed allora guardate bene non per commemorare qualcuno, ma per tenere viva la memoria di quello che una persona ci ha consegnato nella sua esistenza, che deve ogni giorno interpellarci e dovrà essere il vero motore dell’Associazione, che dovrà mantenersi appunto vivo nel tempo, riporterò alla mia memoria e voglio condividere con voi alcuni episodi, densi di significato dai quali si può trarre a mio parere una lezione di vita.
Dopo la morte di Enrico per alcuni mesi staccai la spina rispetto ai miei numerosi impegni in attività sociali e culturali condivise anche con lui. Avevo bisogno di stare da solo, di riflettere su quello che era accaduto, di ricercare un possibile perché, di fermare nella mia memoria un’amicizia durata un’intera esistenza.
Ascoltai molta musica, soprattutto classica, lessi molto alla ricerca di risposte a quella morte e non ne trovai alcuna.
Ma lessi una sera una frase tratta dal Talmud (la più antica tradizione orale dell’ebraismo raccolta in un libro): “siamo come olive diamo il massimo di noi quando siamo spremuti”.
Ecco Enrico dette il massimo di sé alla fine della sua vita, quando fu spremuto dalla sofferenza.
Enrico era una persona molto credente, io lo accusavo in verità di essere un po’ bigotto, troppo rispettoso di prescrizioni e regole che mi apparivano fuori dal tempo.
Eravamo nella casa di Arcigliano ed una sera mi affacciai alla sua stanza per vedere se dormiva ed invece vidi che stava leggendo.
Allora entrai e gli dissi “Bianchino che stai leggendo? “
E lui mi mostrò, con una certa ritrosia, una copia del Vangelo.
Io allora iniziai a scherzare: “ma hai proprio paura di morire, e come molti di coloro che sentono avvicinarsi la signora con la falce si raccomandano a Dio”.
“Non pensavo che anche tu cadessi in questa trappola, tanto più che per ora non muori stai tranquillo”.
Rise, ma allo stesso tempo mi guardò con quei suoi occhi intelligenti e dolci e mi disse “Luca, ricordati, in questo libro c’è tutto” e subito dopo cominciammo a riflettere insieme sulla storia di quell’uomo che 2000 anni fa percorreva le strade polverose della Palestina annunciando la buona novella.
Sulla libertà predicata da Gesù, sulla responsabilità rispetto ad un ruolo tremendo, inumano, che gli era stato assegnato, infine sul significato della Croce, vero simbolo di quella narrazione , sospesa fra storia e fede, che è appunto rappresentata dai Vangeli.
A distanza di tempo ho riflettuto sul significato profondo di quel colloquio, sulla scelta fatta da Enrico di usare come strumento di interpretazione della sua esperienza umana la Parola di Dio, unico punto di riferimento, a livello spirituale, che i cristiani dovrebbero avere.
Libero arbitrio (siamo liberi di percorrere la via del bene così come quella del male) responsabilità, coerenza di pensiero e di vita questo è il messaggio che in quel colloquio mi consegnò. E’ un messaggio di un credente, ma alla fine incredibilmente laico, nel senso più pregnante di tale termine.
Un secondo episodio: il termine passione ha insito nel suo significato da una parte la sofferenza, dall’altra un atteggiamento positivo nei confronti della vita.
Enrico aveva molte passioni: oltre agli affetti, il cinema, lo sci e la montagna, la moto, ma la sua vera e più grande passione era ridere.
Enrico morì il 2 gennaio del 1988. Due giorni prima io e Francesco Asso decidemmo di andare a festeggiare l’ultimo dell’anno in ospedale assieme a lui.
Non vi so dire di cosa parlammo, vi so solo dire che mi ricordo Francesco con le lacrime agli occhi dal ridere, ed Enrico che ci supplicava di non farlo ridere troppo perché non respirava bene.
Addirittura superata mezzanotte dal casino che facevamo un’infermiera ci bussò alla porta dicendo di fare più piano perché rischiavamo di svegliare l’intero reparto.
Ecco io me lo ricordo così Enrico mentre ride fino alle lacrime: sarà per questo forse che ogni volta che me lo sogno lo ritrovo sereno e con il sorriso sulle labbra.
Non mi resta adesso che lasciare la parola a Sandra Bonsanti e Umberto Ambrosoli.
Vorrei sottolineare una sola cosa: il libro è molto bello, invito tutti a leggerlo, non è un libro commemorativo o celebrativo, al contrario è pervaso da un’autentica passione civile che trae spunto da una storia, quella del padre dell’autore l’Avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso sotto casa da un sicario del bancarottiere – mafioso Michele Sindona.
Il libro è costruito come un racconto fatto ai tre figli dell’autore, mi limito a leggervi una frase contenuta alla fine del primo capitolo:
“Sono tante le cose che potrei raccontarvi, ma su tutto vorrei farvi capire come per me questa storia, quella di papà, sia semplicemente la più bella delle storie. Perché mostra quale esperienza eccezionale sia essere uomini, cittadini, genitori, e costruire con la propria vita la società in cui si desidera vivere . Voglio farvi questo racconto perché – se riuscirò nel mio intento, se sarò capace di trasmettervi ciò che mi resta di lui – saprete scegliere da soli un modo per ricordare il nonno che non avete conosciuto”.
Luca Iozzelli