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Daniel Buren a Villa La magia

La fontana di Daniel Buren a Villa La Magia e “what’s it all about” di Pat Metheney.

 

Chissà perché, in una notte stellata di questa strana estate - in una prima fase presentatasi mite e poi incredibilmente torrida - mi è venuta voglia di riascoltare, con il mio fedele ed incomparabile Iphone, l’ultima eccezionale produzione di Pat Metheny (“what’s it all about”) a Villa La Magia, nello spazio che ha accolto l’installazione di Daniel Buren, inaugurata da pochi mesi.

 

Ma questa è stata un’estate particolare non solo dal punto di vista meteorologico, ma anche per quello che è accaduto e sta avvenendo a livello planetario: la crisi economica – finanziaria globale che sta nuovamente scuotendo il sistema capitalistico globalizzato con il nostro paese in grave difficoltà tanto da temere seriamente per il futuro, le ribellioni e le guerre scatenatesi nel medio oriente, con le drammatiche immagini dei bombardamenti, di civili uccisi, di eserciti che sparano sugli stessi popoli che dovrebbero difendere……

Tutti questi pensieri hanno affollato la mia mente in queste ultime settimane, pensieri che è estremamente difficile “mettere in fila” utilizzando l’unico strumento che madre natura ci ha consegnato:  il nostro cervello sempre alla ricerca di una logica, di un’interpretazione razionale dei fatti che accadono.

Perciò è  stato forse quel sottile ma continuo malessere che avverti dentro di te quando ciò che ti circonda è difficile da interpretare con gli strumenti che hai a disposizione, a farmi ritornare in quel “luogo”, prima infatti era uno spazio fra i tanti ed ora non lo è più……

Non sono un cultore né un appassionato di arti figurative: mi posso tranquillamente definire un analfabeta in questo campo, così come  in molti altri.

Ma mi sono tornate alla mente le polemiche di alcuni mesi fa particolarmente aspre, in considerazione soprattutto del fatto che l’installazione di Buren si trova a poche decine di metri da Villa La Magia, a suo tempo una residenza di caccia dei Medici.

In particolare Vittorio Sgarbi (che di arte se ne intende) ha definito “abominevole l’idea di mettere una fontana di Daniel Buren davanti a un capolavoro mediceo come quello di Villa La Magia di Quarrata” sottolineando che “Il problema è che non si può mettere l’opera di un artista, a mio parere privo di talento, come Daniel Buren davanti a una struttura di eccezionale valore storico e artistico come Villa La Magia. E’ una cosa assolutamente inverosimile, degna di un’epoca come quella che stiamo vivendo, nella quale si stenta a riconoscere il valore artistico di uomini e oggetti e si finisce per mettere tutto insieme all’interno di un unico calderone. Sono davvero sdegnato».

Debbo dire che a me quell’opera, che non è posta davanti a Villa La Magia ma di lato alla stessa, non mi pare offendere la realizzazione medicea e neppure il paesaggio che la circonda: voglio dire che non mi sembra invasiva, anche se è oggettivamente attraente e suggestiva.

L’ ultimo CD di Pat Metheny ripercorre temi sonori composti da tempo da altri, reinterpretandoli con una  chitarra acustica baritono, progettata appositamente per lui.

Il grande chitarrista americano ha registrato di notte nel suo studio casalingo una serie di canzoni famose al tempo della sua infanzia e adolescenza, molto prima quindi, come Pat Metheny ha teso a sottolineare nelle interviste, di essere capace lui stesso di comporre musica o addirittura suonare uno strumento.

E’ cristallino e nitido il suono della chitarra in alcune canzoni, mentre in altre  Pat Metheny sembra scegliere la strada di una reinterpretazione dei pezzi che si spinge in territori surreali, suoni che richiamano culture diverse rispetto a quelle che hanno segnato la storia musicale dell’occidente.

E’ pulita,  semplice, essenziale, l’opera di Daniel Buren:  sei pareti di marmo bianco di Carrara disposte all’interno di un esagono più ampio costituito dalla pavimentazione dell’opera, distaccate fra loro, in modo da lasciare spazio fra l’una e l’altra perché l’occhio possa vedere da diverse angolazioni, in base alla posizione assunta dall’osservatore, squarci del paesaggio circostante.

Al centro degli esagoni sopra indicati una seduta anch’essa esagonale che racchiude una piccola fontana nella quale l’acqua gorgoglia.

L’opera, che lo stesso autore ha voluto definire fontana, non è dunque una fontana usuale, dall’esterno della quale magari potresti notare i giochi d’acqua.

Ci sei al contrario fisicamente - in senso visivo - “immerso” in quella fontana. Le pareti di marmo disposte dall’artista sono nella parte che dà sul paesaggio circostante perfettamente lisce e ti viene voglia di toccarlo quel bianco marmo di Carrara, mentre all’interno, nella parte che guardi, ci sono delle  scanalature nelle quali scorre l’acqua che va placidamente a fermarsi in piccoli stagni ai piedi di quelle pareti.

Quelle scanalature sono colorate, alternativamente per ciascuna parete di blu, giallo e rosso.

Tale alternanza fa si che le pareti con le scanalature di uguale colore siano una di fronte all’altra.

Ti viene in mente di guadare il cielo stellato per trovare il grande carro che ti aiuta, come hai imparato fin da bambino, ad individuare la stella polare: il nord del mondo.

Noti così che sull’asse nord sud  c’è il blu, sull’asse nord-ovest sud-est il rosso e in direzione nord- est sud -ovest il giallo.

Ti viene da pensare che forse il blu è lì ad indicare i ghiacci perenni del nostro globo, mentre il giallo e il rosso richiamano alla tua mente il sorgere e il tramontare del sole nei due diversi emisferi.

D’altra parte quei tre colori – anche questo l’hai imparato da piccolo alle elementari – sono i “colori base”: con essi, diversamente combinati, potresti formare tutti i colori di un ipotetico arcobaleno.

Continui a sentire il rumore dell’acqua che scorre e che gorgoglia: simbolo forse della vita, ma anche del tempo che avanza inesorabilmente.

E pensi se sia stata l’acqua a scavare quelle scanalature o se le stesse siano il simbolo dell’azione dell’uomo che da tempo immemorabile ha incanalato quella preziosa sostanza, essenziale strumento per poter coltivare i campi e perciò far passare l’homo sapiens dalla sua condizione di nomade a quella di abitante di un territorio, di un luogo nel quale vivere e con il quale stabilire un rapporto fecondo….

Ripensi alle poche parole che Buren ha pronunciato a proposito della sua opera il giorno della inaugurazione: “Grazie a tutti, questo mio lavoro adesso è vostro”.

E’ così che sulla scia di questi pensieri te ne torni a casa molto più sereno di quando sei arrivato.

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